«Impariamo di più dalla Germania». Meglio imparare tutti dalla Storia

Un lettore elogia regole, puntualità e pragmatismo tedeschi. Da un viaggio a Berlino nasce però una riflessione più ampia sul valore della memoria
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June 26, 2026
Caro Avvenire , da oltre cinquant’anni vivo tra due realtà: l’Italia, il Paese in cui sono nato, e la Germania, il Paese in cui ho lavorato e vissuto gran parte della mia vita. In Germania colpisce innanzitutto il rispetto delle regole comuni. Non perché i tedeschi siano migliori degli italiani, ma perché hanno capito che il rispetto delle regole semplifica la vita a tutti. Colpisce poi il rapporto con il tempo. Gli appuntamenti vengono rispettati, le decisioni vengono prese, i progetti vengono realizzati. Naturalmente esistono ritardi e problemi anche in Germania, ma raramente diventano la normalità. Un’altra differenza riguarda il rapporto tra parole e fatti. In Italia siamo spesso straordinari nel discutere, analizzare e commentare. In Germania si tende più facilmente a sperimentare. Si prova una soluzione, si verificano i risultati e poi si decide se estenderla o modificarla. C’è poi una grande attenzione per la manutenzione. Strade, edifici pubblici, infrastrutture e servizi vengono curati con continuità.
Naturalmente la Germania non è un paradiso. Ha problemi economici, sociali e demografici. Tuttavia, conserva una caratteristica preziosa: la capacità di affrontare i problemi cercando soluzioni pratiche invece di limitarsi a lamentarli. L’Italia possiede risorse straordinarie: creatività, cultura, capacità di adattamento, talento individuale e una qualità della vita che molti ci invidiano. Forse non dobbiamo diventare tedeschi. Forse dobbiamo semplicemente imparare a valorizzare meglio ciò che siamo. Ma per farlo occorre osservare senza pregiudizi chi ottiene risultati migliori in determinati settori e avere l’umiltà di imparare.
Giuseppe Tizza
Caro Tizza, la sua lettera mi ha colpito perché sono appena rientrato da un viaggio a Berlino. Non cadrò nell’errore di basarmi su una breve esperienza per confermare o contestare ciò che lei è arrivato a maturare in molti anni di vita vissuta. Tuttavia, non resisto alla tentazione di riportare alcune circostanze che ho potuto constatare direttamente. I tedeschi rispettano le regole? Per accedere all’ampia rete di trasporto urbano veloce, sotterraneo o sopraelevato, non vi sono tornelli e i controllori sembrano rari. Quindi, risulta facile viaggiare senza biglietto (e senza aria condizionata nelle linee U di più antica costruzione). I dati ufficiali dicono però che l’evasione tariffaria si aggira intorno al 3%, un risultato eccellente. Sennonché il dato dichiarato dal gestore ATM a Milano è persino inferiore, il 2,6%, che appare invero poco credibile per chi viaggia abitualmente sui mezzi pubblici nel capoluogo lombardo.
Già qui, caro Tizza, dobbiamo fare affidamento su un’integrazione fra cifre ufficiali e percezione diffusa. Voglio quindi prendere per buona la sua preferenza per il senso civico prevalente in Germania. Devo aggiungere che a Berlino, come spesso accade nelle grandi città, le strade non sono immuni da cestini traboccanti e cartacce sparse, mentre in questi mesi il centro è punteggiato di cantieri – dal Parlamento al Museo di Pergamo, passando per moltissimi edifici privati – che limitano la viabilità. Non è poi una novità, ormai, che le ferrovie tedesche non siano più quel modello europeo che erano in passato – per poche ore martedì ho evitato un blocco totale della circolazione che mi avrebbe fatto perdere l’aereo, cosa che invece mi era accaduta qualche mese fa nel tragitto Bonn-Francoforte per un ritardo di due ore, che non sfigura di fronte ai disservizi frequenti dell’alta velocità italiana.
Come vede, caro Tizza, stiamo scherzando bonariamente sul campanilismo che i paragoni spiccioli fra Paesi sempre suscitano e tanto ci danno soddisfazione quando riusciamo a fare prevalere la nostra parte. Siamo però ai dettagli. Tornando al tema più generale, penso che ogni Paese debba seguire la propria traiettoria, senza naturalmente ignorare qualche utile confronto con le eccellenze altrui. Quello che colpisce della Germania vista da vicino – e soprattutto della capitale finalmente riunita dopo il 1989 – è la sensibilità e la memoria per il passato recente, che affiora spessissimo da targhe, lapidi, monumenti, resti del Muro…
In un edificio di Wilhelmstrasse 54, come segnala il cartello all’esterno, nel corso del Novecento abitarono o lavorarono il futuro cancelliere cattolico della Repubblica Federale Konrad Adenauer, il criminale nazista Rudolf Hess con il suo staff e i funzionari addetti al Staatsverlag, la casa editrice del regime comunista della Ddr. Questa densità di storia e di tragedie, condensata in un edificio sopravvissuto ai massicci bombardamenti anglo-americani della Seconda guerra mondiale, dice molto delle difficoltà politiche riemergenti in quella che è e resta una grande nazione, di immensa cultura, generosità ed efficienza, ma anche segnata da vicende dolorosissime e inobliabili.
Non si tratta allora di importare o esportare virtù nazionali, bensì di imparare tutti dalla Storia, che dovrebbe essere una maestra più ascoltata. Nel Duomo evangelico di Berlino, una grande installazione fatta di giubbotti di salvataggio ricorda le vittime delle migrazioni, mentre un’attivista, negli orari di apertura alle visite, legge nomi e resoconti delle tragedie di chi è morto fuggendo in cerca di un futuro migliore.

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