«C’è una cultura ostile alla bicicletta». Proviamo a combatterla insieme
Un lettore denuncia gli stereotipi che colpiscono chi pedala. Pesano la percezione di superiorità al volante, il mancato rispetto di chi è più vulnerabile e la contrapposizione politica che ha trasformato le due ruote in un bersaglio identitario
Caro Avvenire , scrivo dopo aver letto, su un giornale locale, una satira che ridicolizzava i ciclisti attraverso un finto “Trofeo contromano”. Credo però che il tema riguardi tutti. In Italia, il ciclista è percepito come un intralcio, un fastidio, un bersaglio. E quando la comunicazione – anche quella minore – alimenta questa narrativa, contribuisce a un clima che poi sulle strade si traduce in feriti e morti. Anch’io sono, purtroppo, la prova vivente dell’esatto contrario della caricatura che si sta diffondendo. Sono stato investito pochi giorni fa. Un anno fa è successo a mia moglie. Siamo ancora qui, ma non tutti hanno la stessa fortuna. Ho girato il mondo in bici, sempre con rispetto e prudenza. Avevo programmato un viaggio di due mesi in Grecia. Oggi ho deciso di smettere: non per l’età, ma per la paura. Una società civile non deride i suoi utenti più vulnerabili: li protegge.
Roberto Brazzini
Follonica (GR)
Roberto Brazzini
Follonica (GR)
Caro Brazzini, seppure siamo inclini a rinchiudere le persone in categorie limitanti – lo mostra benissimo il recente e prezioso volume Classificare gli umani di Andrea Graziosi –, non siamo arrivati a incasellare stabilmente le persone come “ciclisti”, “pedoni” o “automobilisti”. Grazie a Dio, si tratta soltanto di distinzioni funzionali durante le fasi di spostamento da un luogo all’altro. Sono tuttavia d’accordo con lei quando afferma che la cultura del trasporto sostenibile su due ruote – un tempo tra i pochi mezzi disponibili per molti, volenti o nolenti – fa fatica ad affermarsi. Andare in bicicletta è benefico per la salute, non inquina, non consuma carburanti fossili, crea ridottissimi rischi per gli altri e decongestiona il traffico, permettendo anche di risparmiare denaro. Che cosa c’è di meglio? Ovvio, richiede un po’ di fatica (e sudore d’estate), impone di misurarsi con le intemperie e consente velocità ridotte rispetto ai mezzi motorizzati (lascio da parte il tema delle e-bike).
Qual è allora la ragione profonda dell’ostilità? Al volante, ce lo confermano solide ricerche psicologiche, ci sentiamo potenti e protetti, più intolleranti verso chi ci intralcia o rallenta, cosa che obiettivamente può accadere con i ciclisti se si vogliono far convivere le diverse modalità di trasporto sulle stesse strade. Anche gli automobilisti ostacolano o minacciano involontariamente chi pedala nel rispetto del Codice della strada, ma vi è un’evidente asimmetria di dimensioni e di protezione in caso di urti. Mi pare, caro Brazzini, che in questo senso lei colga nel segno: non siamo, in media, abbastanza rispettosi di coloro che si trovano, pur temporaneamente come i ciclisti, in condizioni di vulnerabilità. Un malinteso efficientismo ci fa considerare i più lenti, che hanno scelto di esserlo per di più, quali ostacoli o fonti di disagio che non meritano la nostra comprensione. Un atteggiamento che si manifesta pure in altri ambiti della società.
Esiste poi un versante politico, nel quale è avvenuto un paradossale rovesciamento. In certi ambienti, il mezzo tipico delle classi popolari, se non dei poveri, è visto oggi come un lusso della borghesia progressista, la cosiddetta gauche caviar , insomma. Essa, si dice, abita nei centri storici delle città e, pertanto, non ha problemi di distanze o di tempo. Può allora permettersi una pedalata “ecologica”, preclusa a tanti lavoratori che devono coprire molti chilometri rapidamente, non possono farsi spedire gli acquisti a casa e sono quindi costretti a salire in auto tutti i giorni. Si tratta, com’è ovvio, di una narrazione a dire poco esagerata, tesa soprattutto a costruire identità politico-culturali e indicare bersagli polemici. Sennonché, ciò poi si traduce nelle battaglie contro le piste ciclabili, cavalcate in genere dai partiti di centro-destra.
Presi insieme, questi due fattori costruiscono quel sentimento che lei sperimenta, ma che non si deve confondere con il tragico bilancio dei ciclisti morti o feriti in incidenti stradali: circa 200 l’anno, con significative oscillazioni, nell’ultimo decennio. Non si tratta di omicidi compiuti da automobilisti “infuriati”, bensì della conseguenza di superficialità, distrazione e sottovalutazione dei rischi con cui molti si mettono in viaggio. E ne fanno le spese frequentemente i più esposti. Sono state infatti oltre 3mila le vittime complessive della strada nel 2024. Il dato confortante è che, nonostante tutto, cresce il ricorso alla bicicletta per la micromobilità quotidiana: secondo il più recente Rapporto Isfort-Audimob, essa raggiunge oggi il 5% del totale. Si realizzano anche più percorsi protetti e, almeno sulla carta, le regole del Codice sono diventate più attente alle due ruote.
Ovvio, anche alcuni ciclisti non rispettano stop, semafori e sensi unici, a volte mettendosi in serio pericolo e spesso suscitando l’attenzione selettiva di qualche automobilista già avvelenato, disposto poi a giurare che tutti i ciclisti passano sempre con il rosso. Sarebbe utile che chi conduce un veicolo facesse almeno qualche esperienza in bicicletta in mezzo a vetture sfreccianti e guidatori incuranti, magari come complemento all’esame per la patente. Mettersi nei panni degli altri è sempre un’esperienza formativa. Le auguro, caro Brazzini, di ritrovare un po’ di fiducia e, magari, di riuscire ancora a godersi la Grecia in sella.
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