Le chiese vuote e le palestre piene? No, la fede ha un ruolo importante
Dobbiamo prendere atto del cambiamento in corso senza rassegnarci a una tendenza che impoverisce tutti e indebolisce anche la democrazia, proprio in una fase in cui avremmo bisogno di fondamenti più solidi
Caro Avvenire,
la notizia della liberazione di Alberto Trentini ha riempito di gioia tutti noi e il gesto di suonare le campane lo ritengo un bel segno di unione e di comunità. Anche a Bibione, paese del Veneziano, quando il campione di nuoto paralimpico Antonio Fantin vince una gara, suonano le campane a festa. Le campane hanno suonato spesso anche durante le recenti festività natalizie, ma ho notato che le chiese sono sempre più vuote; un parroco si lamentava perché non si celebrano più matrimoni religiosi. Di contro, vedo che sono nate tante palestre aperte sette giorni su sette e sempre molto frequentate. Chiese vuote, palestre piene?
Annamaria De Grandis
Castelminio (TV)
la notizia della liberazione di Alberto Trentini ha riempito di gioia tutti noi e il gesto di suonare le campane lo ritengo un bel segno di unione e di comunità. Anche a Bibione, paese del Veneziano, quando il campione di nuoto paralimpico Antonio Fantin vince una gara, suonano le campane a festa. Le campane hanno suonato spesso anche durante le recenti festività natalizie, ma ho notato che le chiese sono sempre più vuote; un parroco si lamentava perché non si celebrano più matrimoni religiosi. Di contro, vedo che sono nate tante palestre aperte sette giorni su sette e sempre molto frequentate. Chiese vuote, palestre piene?
Annamaria De Grandis
Castelminio (TV)
Cara signora De Grandis,
noto (personalmente con piacere) che anche il giornalismo laico, e su alcuni temi laicista, interroga sacerdoti e vescovi quando qualche vicenda umana ed emotivamente forte coinvolge le comunità, si tratti sia di casi positivi, come la liberazione di Alberto Trentini, sia di tragedie, come un incidente o un delitto. Questo ci dice della vicinanza che la Chiesa continua a mantenere, della sua capacità di farsi prossimo, ben al di là del suonare le campane. Ciò non garantisce tuttavia la partecipazione formale alle celebrazioni né l’adesione alle regole esplicite della religione cristiana da parte di una maggioranza di italiani che pure si dicono ancora credenti. Si tratta di un fenomeno di individualizzazione e soggettivazione della fede ampiamente indagato dalla sociologia e messo a tema anche dalla riflessione sinodale recente. Non ne farei un paragone con l’affluenza alle palestre. Semmai potremmo richiamare il ben noto detto latino secondo il quale una mente equilibrata ha necessità anche di un corpo in salute. I luoghi in cui fare esercizio servono e ben venga l’attività fisica che previene molte patologie e favorisce un tono positivo dell’umore (anche Papa Leone XIV, quando era cardinale, faceva esercizio regolare in una struttura romana vicina al Vaticano). Certo, non deve diventare, quell’aspetto ludico-salutistico, un culto del corpo fine a se stesso. Ma, ripeto, non mi pare che siano i centri sportivi i veri concorrenti delle chiese. Forse lo sono i centri commerciali, che qualcuno considera nuove cattedrali secolari e per i quali le aperture domenicali continuano a suscitare un dibattito che Avvenire ha ripreso nei giorni scorsi. Questo mi riporta alla tesi espressa dallo studioso Hartmut Rosa in un agile saggio da poco tradotto in italiano: Perché la democrazia ha bisogno della religione (il Mulino). Il sociologo tedesco, in una prospettiva che non è apologetica ma analitica, vede quella religiosa come un’esperienza vitale, in grado di generare un “cuore capace di ascoltare”, un antidoto all’irrigidimento dell’individuo moderno in una dimensione di pura performance. Non viene auspicato uno Stato confessionale, piuttosto si invita a riconoscere che una società totalmente post-religiosa rischia di diventare spiritualmente più povera, meno incline a parlare di limite, gratuità, perdono, riconciliazione e a riconoscerli come elementi costituitivi dell’esistenza. Per Rosa, è cruciale il concetto di “risonanza”, una forma di vissuto in cui l’essere umano si sente toccato da qualcosa, risponde, ascolta e non riduce tutto a calcolo o quantificazione. Proprio questa capacità di risonanza – di relazione profonda con il mondo e con gli altri – diventa, nel suo discorso, un presupposto della democrazia stessa. Paradossalmente, quando la religione si ritira, non nasce una cultura più libera e razionale. Spesso si afferma invece una temperie in cui altri assoluti – per esempio, la crescita economica, il successo, l’ottimizzazione di sé – prendono il suo posto, trasformandosi in potenziali nuovi dogmi. Insomma, cara signora De Grandis, dobbiamo prendere atto del cambiamento in corso senza rassegnarci a una tendenza che impoverisce tutti e indebolisce anche la democrazia, proprio in una fase in cui avremmo bisogno di fondamenti più solidi. Non si tratta di fare proselitismo, ma di riproporre le ragioni della speranza che anima i cristiani e che può essere dono condiviso con tutte le persone di buona volontà.
noto (personalmente con piacere) che anche il giornalismo laico, e su alcuni temi laicista, interroga sacerdoti e vescovi quando qualche vicenda umana ed emotivamente forte coinvolge le comunità, si tratti sia di casi positivi, come la liberazione di Alberto Trentini, sia di tragedie, come un incidente o un delitto. Questo ci dice della vicinanza che la Chiesa continua a mantenere, della sua capacità di farsi prossimo, ben al di là del suonare le campane. Ciò non garantisce tuttavia la partecipazione formale alle celebrazioni né l’adesione alle regole esplicite della religione cristiana da parte di una maggioranza di italiani che pure si dicono ancora credenti. Si tratta di un fenomeno di individualizzazione e soggettivazione della fede ampiamente indagato dalla sociologia e messo a tema anche dalla riflessione sinodale recente. Non ne farei un paragone con l’affluenza alle palestre. Semmai potremmo richiamare il ben noto detto latino secondo il quale una mente equilibrata ha necessità anche di un corpo in salute. I luoghi in cui fare esercizio servono e ben venga l’attività fisica che previene molte patologie e favorisce un tono positivo dell’umore (anche Papa Leone XIV, quando era cardinale, faceva esercizio regolare in una struttura romana vicina al Vaticano). Certo, non deve diventare, quell’aspetto ludico-salutistico, un culto del corpo fine a se stesso. Ma, ripeto, non mi pare che siano i centri sportivi i veri concorrenti delle chiese. Forse lo sono i centri commerciali, che qualcuno considera nuove cattedrali secolari e per i quali le aperture domenicali continuano a suscitare un dibattito che Avvenire ha ripreso nei giorni scorsi. Questo mi riporta alla tesi espressa dallo studioso Hartmut Rosa in un agile saggio da poco tradotto in italiano: Perché la democrazia ha bisogno della religione (il Mulino). Il sociologo tedesco, in una prospettiva che non è apologetica ma analitica, vede quella religiosa come un’esperienza vitale, in grado di generare un “cuore capace di ascoltare”, un antidoto all’irrigidimento dell’individuo moderno in una dimensione di pura performance. Non viene auspicato uno Stato confessionale, piuttosto si invita a riconoscere che una società totalmente post-religiosa rischia di diventare spiritualmente più povera, meno incline a parlare di limite, gratuità, perdono, riconciliazione e a riconoscerli come elementi costituitivi dell’esistenza. Per Rosa, è cruciale il concetto di “risonanza”, una forma di vissuto in cui l’essere umano si sente toccato da qualcosa, risponde, ascolta e non riduce tutto a calcolo o quantificazione. Proprio questa capacità di risonanza – di relazione profonda con il mondo e con gli altri – diventa, nel suo discorso, un presupposto della democrazia stessa. Paradossalmente, quando la religione si ritira, non nasce una cultura più libera e razionale. Spesso si afferma invece una temperie in cui altri assoluti – per esempio, la crescita economica, il successo, l’ottimizzazione di sé – prendono il suo posto, trasformandosi in potenziali nuovi dogmi. Insomma, cara signora De Grandis, dobbiamo prendere atto del cambiamento in corso senza rassegnarci a una tendenza che impoverisce tutti e indebolisce anche la democrazia, proprio in una fase in cui avremmo bisogno di fondamenti più solidi. Non si tratta di fare proselitismo, ma di riproporre le ragioni della speranza che anima i cristiani e che può essere dono condiviso con tutte le persone di buona volontà.
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