La polizza sanitaria privata ai docenti, un caso che divide e ci interroga

Il paradosso sta nel fatto che un accordo in favore di oltre un milione di lavoratori della scuola sottopagati va nella direzione di indebolire il diritto alla salute per tutti
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October 23, 2026
La polizza sanitaria privata ai docenti, un caso che divide e ci interroga
Una corsia dell'Ospedale Molinette, Torino/ ANSA
Caro Avvenire, i dipendenti del ministero dell’Istruzione e del Merito sono stati invitati a beneficiare di una polizza sanitaria integrativa. Vengono assicurate, tra l’altro, prestazioni mediche in strutture convenzionate. Questa «campagna promozionale» è forse preparazione a una transizione dal Servizio sanitario nazionale (Ssn) a un’assistenza privata, cifra di un mercato della salute, piuttosto che di un diritto alla salute? Il Ssn, nonostante le sue fragilità, è una conquista di civiltà da custodire, non da sostituire. «Per favore, continuate con il sistema sanitario gratuito, per favore! E questo viene dal fisco. Difendetelo. Perché non dovremo cadere in un sistema sanitario a pagamento, dove i poveri non hanno diritto a nulla. Una delle cose belle che ha l’Italia è questo: per favore, conservatelo». È stato dimenticato il monito di papa Francesco
Vito Melia
Caro Melia,
grazie per avere riportato all’attenzione con il suo consueto battagliero spirito civico un tema che forse non ha avuto sufficiente copertura, dopo una piccola fiammata polemica da parte di alcuni sindacati. La vicenda va raccontata bene, seppur per sommi capi. Si è partiti, a quanto posso ricostruire, con una richiesta dell’Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola in fase di rinnovo del contratto, fatta propria con convinzione dal ministro Giuseppe Valditara, che nel 2024 dichiarò: «Ormai ce l’hanno i privati, tutti i dirigenti hanno una assicurazione sanitaria. Lo Stato deve garantire il benessere». Nel febbraio 2025 il governo ha stanziato un fondo per la copertura sanitaria integrativa rivolta al personale scolastico. A fine anno è stato firmato un accordo collettivo in merito, non siglato però dalla Cgil. La gara indetta da Consip ha visto l’aggiudicazione a UniSalute, Intesa Sanpaolo Protezione e Poste Assicura. 
All’inizio di settembre 2026 sono state aperte le adesioni volontarie e da ottobre è diventata operativa la procedura di accesso gratuito o con prezzi ridotti a prestazioni mediche specialistiche e ricoveri in strutture convenzionate per chi ha sottoscritto la polizza. Il contratto con i fornitori aggiudicatari dura quattro anni e vale 320 milioni di euro, mentre per una platea potenziale di oltre 1,2 milioni di lavoratori della scuola e del Ministero dell’Istruzione e del Merito la polizza è gratuita: rappresenta una forma di welfare aziendale che non sostituisce il sistema sanitario nazionale. Ovviamente, l’essere senza oneri per gli utilizzatori non significa senza costi per il contribuente, dato che il programma è sostenuto con soldi pubblici.
Qui ci si può interrogare: il più grande datore di lavoro del Paese ritiene che il Ssn non sia sufficiente o abbastanza efficiente e che si faccia un servizio agli insegnanti fornendo loro prestazioni private accessibili? Se si trattasse di un’azienda, non ci sarebbe troppo scandalo: le lunghissime liste d’attesa sono una realtà. Ma stiamo parlando di un ministero che è parte integrante dello Stato, il quale ha il compito di finanziare e gestire con le Regioni il sistema sanitario nazionale. E quindi, caro Melia, qualche perplessità può nascere. Ovviamente, bisogna evitare semplificazioni e retorica populista. Dalla prospettiva del singolo aderente, si tratta di un vantaggio netto: una copertura gratuita che, qualunque ne siano i limiti denunciati dalla Cgil, amplia le opportunità di tutela della salute. Dalla prospettiva generale, strumenti di questo tipo sono da tempo inclusi nella contrattazione collettiva, anche in alcuni settori pubblici. Il punto è che con l’estensione a un bacino così grande di utenti si compie un salto di dimensione rilevante, non privo di implicazioni più vaste. Lo Stato infatti destina centinaia di milioni per dare migliore assistenza a una quota di cittadini secondo un criterio lavorativo, quando forse quelle stesse risorse potevano essere investite nel Ssn a beneficio di tutti e non riservate a una categoria professionale. Non siamo di fronte a privatizzazione diretta della sanità – sebbene questa procedura finisca con l’incentivarla indirettamente: più la si utilizza, più potrà attirare medici e infermieri che scarseggiano negli ospedali pubblici, per esempio. Il nodo è la tendenza a stabilizzare quello che viene chiamato un «sistema a due circuiti», dove rimane un fornitore di prestazioni universalistiche, aperto a tutti e con costi limitati a carico dei pazienti, al quale si affianca un’offerta integrativa gestita da società di diversa natura alle cui prestazioni si può accedere in funzione del reddito, della posizione lavorativa o di accordi specifici.
Ci sono pertanto alcune domande urgenti da porsi. La prima riguarda la dinamica di questi due circuiti: non contribuirà il secondo a limitare il raggio di azione del primo? E, di conseguenza, questo processo non renderà i cittadini rassegnati a dover ricorrere al privato quando il Ssn, sottofinanziato, non riesce a rispondere ai bisogni urgenti? Ancora più precisamente, quando si è progressivamente indirizzati nel secondo circuito, non si sarà meno disposti a mobilitarsi politicamente per sostenere e rafforzare il Ssn? Come ha mostrato l’economista Albert Hirschman, se per un gruppo c’è la possibilità di uscita da un servizio che non funziona bene, il rischio è che si indebolisca la voce di chi rimane e cerca di migliorarlo. C’è infine da chiedersi se sia giusto che alcuni lavoratori godano di polizze pagate con le entrate fiscali, mentre altri non possono farlo. In definitiva, caro Melia, il richiamo di Papa Francesco del 2022 che lei cita merita certamente di essere riportato all’ingresso delle strutture pubbliche, per non dimenticarci della rivoluzione che nel 1978 ha messo l’Italia all’avanguardia nel mondo per la copertura sanitaria universale. Il caso del ministero dell’Istruzione e del Merito dovrà essere perlomeno monitorato con attenzione, per comprenderne le conseguenze complessive sul medio periodo. Il paradosso che si profila, però, sta nel fatto che un accordo in favore di oltre un milione di lavoratori della scuola sottopagati – e pertanto da apprezzare in linea di principio – va nella direzione di indebolire il diritto alla salute per tutti.

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