Una multa, gli algoritmi, il buon senso. Per una tecnologia «conviviale»
Il caso di una multa per divieto di sosta, nonostante il pagamento avvenuto, invita a riflettere sulla possibilità che le macchine, se istruite correttamente, possano operare meglio di esseri umani costretti in procedure rigide

Caro Avvenire , recentemente mi è capitato di vivere un’avventura urbana che mi ha portato a riflettere sull’impiego della tecnologia, dell’automazione e di sistemi di Intelligenza artificiale, al posto degli esseri umani. Di recente ho accompagnato un parente all’aeroporto di Linate, parcheggiato l’auto in prossimità delle partenze internazionali, e prepagato la sosta con l’app Telepass. All’uscita mi sono reso conto di aver inserito per sbaglio nell’app il numero di targa dell’auto di mia moglie, e non di quella parcheggiata. Ho raggiunto subito l’agente della polizia locale lì presente, e da lui ho avuto conferma che ormai si era registrata la sosta come non pagata. A nulla è servito mostrargli l’app con il pagamento di 7 euro, perché una volta che l’essere umano ha inserito i dati nel terminale portatile non è più possibile intervenire. Rientrato a casa ho inviato alla Polizia locale di Milano gli estremi del pagamento, l’orario del parcheggio e i libretti delle due auto di famiglia, auspicando che vi fosse la possibilità di verificare la mia buona fede e il corretto pagamento. Dopo un mese, mi è giunta risposta che non risultava alcuna sanzione a mio carico. Dopo un’altra settimana mi è stato recapitato il verbale di accertamento della sanzione, che se pagata subito consente uno sconto del 30%, cioè soli 35,47 euro. Niente da dire, ho commesso un errore, si potrebbe provare a fare ricorso, appesantendo la macchina amministrativa di pratiche inutili, dunque meglio pagare e fine.Benedetto Lombardi
Caro Lombardi, la sua storia è insieme curiosa e indicativa, al punto che contravvengo anch’io a una regola – quella delle lettere brevi – pur di offrire ai lettori una descrizione dettagliata della vicenda. Di fronte a questo caso kafkiano di burocrazia futuristica, ce la potremmo cavare a buon mercato, dicendo che siamo in una fase di transizione nell’utilizzo della tecnologia avanzata e che presto sistemi come quelli di pagamento automatico della sosta ingloberanno una serie di pratiche di correzione/rimborso/aggiustamento egualmente automatizzate: si tratta soltanto di avere un po’ pazienza. Forse, in parecchi casi, sarà proprio così. Ma non sempre, come giustamente lei scrive nella parte della sua riflessione che ho dovuto tagliare.
In che modo possiamo (e dovremmo) interagire con macchine “intelligenti” che dislochiamo sempre più numerose per farci risparmiare tempo, fatica e risorse? Qual è la finalità ultima di automatizzare un compito? Stiamo ai trasporti: siamo passati dal bigliettaio seduto in fondo al tram per vendere o vidimare i tagliandi all’app sullo smartphone, con cui acquistarli in un attimo, a qualsiasi ora e senza bisogno di contante. Tutti soddisfatti? Per molti aspetti, sì. Anzi, viste le difficoltà delle aziende municipali a trovare autisti perché i salari sono troppo bassi, aspettiamo tram e autobus a guida autonoma per superare anche questo problema. C’è però qualcosa di più complesso, che va oltre la potenziale perdita di posti di lavoro, tema importantissimo, ovviamente, ben più indagato e che qui mettiamo tra parentesi.
Il punto, mi pare, sono ambienti sempre più popolati da macchine che plasmano i nostri comportamenti e le nostre interazioni, lo vogliamo o no. I modelli di IA diventeranno ancora più flessibili, superando le rigidità di un parchimetro digitale attuale. Sorge qui un altro problema: una macchina capace di rivedere le proprie decisioni potrebbe risultare meno trasparente, potremmo non cogliere i criteri in base ai quali agisce (sebbene sembri essersi manifestato lo stesso inconveniente con i funzionari dell’episodio in questione…). Soprattutto, ed è la cosa più importante, a mio avviso, i sistemi automatizzati ci chiederanno di seguire certe procedure, di mantenere certi ritmi, di utilizzare specifiche capacità cognitive, di attenuare quelle emozioni che mettiamo nelle relazioni con i nostri simili. Ancora una volta, non si tratta di rimpiangere il passato o di fare un semplice calcolo costi-benefici.
Siamo davanti a una trasformazione profonda che passa inavvertita in tante piccole innovazioni che si sommano un giorno dopo l’altro. Nessuna, presa singolarmente, costituisce una rivoluzione; tutte insieme provocano un cambio radicale dell’esperienza nel mondo. Può essere allora un episodio pur minimo come quello qui raccontato a farci fermare per una valutazione meno superficiale di ciò che stiamo vivendo. Dovremmo allora chiedere ai progettisti che le macchine tendano ad adattarsi a noi più di quanto esse ci impongano di adattarci a loro, non importa se, in qualche occasione, l’efficienza sarà un poco ridotta. Ovviamente, non potrà esservi sempre la presenza di un operatore, altrimenti perderemmo qualunque vantaggio dell’automazione. Potremo però preservare uno spazio per quelle ragioni e sensibilità tipicamente umane di cui sentiamo a volte un bisogno insopprimibile. Ivan Illich, intellettuale irregolare e critico del progresso tecnologico sregolato, ci ha consegnato un’idea non necessariamente utopistica: quella degli “strumenti conviviali”, in grado di accrescere l’autonomia e la capacità delle persone di cooperare. Ecco, agli agenti di IA dovremmo chiedere più convivialità, magari, caro Lombardi, nella forma di un suggerimento a chi stava per spedirle la multa: «Verifica se il cittadino ha effettivamente pagato, pur sbagliando targa. E, se la sanzione è comunque dovuta, mandagli un messaggio personale che ne spieghi i motivi e riconosca il disagio procurato».
Andrea Lavazza
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire




