Il cardinale Bassetti: «Così il Papa da un letto di ospedale ci insegna ad accogliere la nostra fragilità»

Il porporato ricorda il Covid che lo portò in terapia intensiva: «Ho avuto paura, ma ho sentito l’abbraccio di Dio». E loda la trasparenza del Pontefice sulla sua malattia: una svolta, ha avuto il coraggio di parlare con chiarezza come un padre ai figli che ama
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October 16, 2026
Il cardinale Bassetti: «Così il Papa da un letto di ospedale ci insegna ad accogliere la nostra fragilità»
Il cardinale Gualtiero Bassetti e papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro / Siciliani
«La malattia ai polmoni ti tocca nel profondo. Perché il respiro è il soffio della vita. E io l’ho sperimentata». Il cardinale Gualtiero Bassetti si sente come chiamato in causa da ciò che sta attraversando Leone XIV. Non soltanto perché aveva partecipato alle Congregazioni generali che avevano delineato l’identikit del nuovo Papa prima del Conclave, ma perché anche lui è stato attaccato ai polmoni. Non da un tumore, ma dal Covid che nel novembre 2020 lo aveva portato fino alla terapia intensiva. Era presidente della Cei e aveva 78 anni quando aveva dovuto affrontare una polmonite bilaterale unita a una setticemia che aveva spinto i medici a ipotizzare che non ce l’avrebbe fatta e che, comunque, lo avrebbe costretto a un mese di ricovero.
Gli omaggi della gente al Papa davanti al policlinico "Gemelli" di Roma dove Leone XIV è ricoverato / ANSA
Gli omaggi della gente al Papa davanti al policlinico "Gemelli" di Roma dove Leone XIV è ricoverato / ANSA
Oggi di anni ne ha 84 e il “barometro” della sua salute segna bel tempo, tanto che l’attuale agenda di Bassetti include celebrazioni, ritiri da predicare, conferenze in tutta Italia e all’estero. «Mi ha salvato il buon Dio. Mi ha salvato la preghiera di quanti l’hanno fatta arrivare al Signore per me. Mi hanno salvato i medici e gli infermieri che prima a Perugia e poi al policlinico “Gemelli” di Roma, dove ho trascorso la convalescenza, mi hanno assistito con una delicatezza e una professionalità riservate non solo a me ma a tutti i pazienti che ho incontrato», racconta il cardinale. Al “Gemelli” è stato ricoverato al decimo piano, nell’ala dei Papi. «C’era suor Carla che non mi lasciava un minuto», sorride. E cita il presidio del capoluogo umbro, quello di Santa Maria della Misericordia, per lanciare un monito. «Nonostante fossimo in mezzo all’emergenza coronavirus, era in piena efficienza. Oggi molti degli ospedali del Paese sono in grave difficoltà. Non si può mettere a rischio la salute penalizzando il Sistema sanitario nazionale. Ne va del bene della gente, soprattutto di quella più povera».
Eminenza, quale il suo pensiero quando domenica scorsa all’Angelus Leone XIV ha annunciato di avere un nodulo al polmone?
«Sono rimasto profondamente colpito: sia per il riferimento a una patologia polmonare che mi ha riportato alle settimane in ospedale, alla riabilitazione respiratoria ma anche all’immenso affetto della gente che ho toccato con mano; sia per le parole che il Papa stesso ha usato».
Una trasparenza che ha scosso. Il Pontefice ha spiegato ciò che ha e ciò lo avrebbe atteso. Se lo aspettava?
«Lo considero un punto di svolta: il Papa che racconta la sua malattia con dettagli scientifici. In passato si è preferito non allarmare oppure addolcire. Invece Leone XIV ha riferito in prima persona una diagnosi precisa, dicendo in maniera cristallina qual è la situazione. Ha avuto il coraggio di farlo davanti alla Chiesa e al mondo, ma senza alcuna ostentazione. Anzi, mi sembra che prevalgano in queste ore la discrezione e l’equilibrio, tratti che sono propri del carattere del Papa. Leggo la sua scelta come quella di un padre che dice ai figli: sono malato e chiedo il vostro sostegno. E nella sua decisione emerge anche il passato da matematico. È un uomo di scienza che non ha timore di chiamare le cose per nome. Anche questa è un’indicazione preziosa: la Chiesa non è in contrasto con la scienza e la tecnologia, purché entrambe siano per l’uomo e non contro l’uomo. Al centro deve esserci sempre la dignità della persona e il suo rispetto inalienabile. Il Papa lo ha ben chiarito nell’enciclica Magnifica humanitas e, di recente, nel viaggio in Francia quando ha evidenziato che la scienza non può mai farsi strumento di morte».
La preghiera della gente davanti al policlinico "Gemelli" di Roma dove Leone XIV è ricoverato / ANSA
La preghiera della gente davanti al policlinico "Gemelli" di Roma dove Leone XIV è ricoverato / ANSA
Una risposta anche al pensiero dominante che rigetta la fragilità?
«Sicuramente. In Magnifica humanitas ha denunciato una visione antiumana secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, nell’eliminare l’imprevisto. Ma il valore della persona non dipende da ciò che realizza oppure dalle sue condizioni psicofisiche. Il Papa ce lo ricorda sia con il suo magistero sia con la testimonianza di questi giorni: siamo chiamati ad accettare il limite e la fragilità senza considerarli un errore da correggere e dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. La sua vera realizzazione necessita di cura reciproca e di vera solidarietà».
Come lei ha vissuto la malattia?
«Con senso di abbandono al Padre, soprattutto quando si percepisce che le forze non dipendono più da te. È stato un lunghissimo “fiat”, ossia che fosse fatta la volontà del Signore. L’ho ripetuto in particolare nei momenti più difficili, quando sei attaccato a una macchina che ti fa respirare. Ricordo ancora gli attimi in cui ho riaperto gli occhi dopo alcuni giorni di perdita di coscienza. Era una domenica mattina. Ho visto il Papa in televisione e ho detto: “Ma che ci faccio ancora a letto? Ho le Cresime stamani. Devo alzarmi…”».
La paura?
«Ammetto che la paura c’è stata. È un fatto creaturale. Qualunque ruolo ciascuno di noi abbia, in quel momento sei solo con te stesso, con la tua malattia, con la tua fede. Una fede che è messa alla prova. Al tempo stesso, però, ho avvertito l’abbraccio del Signore e la sua infinita misericordia che avrebbe perdonato tutte le mie mancanze».
L'omaggio della gente al Papa davanti al policlinico "Gemelli" di Roma dove Leone XIV è ricoverato / ANSA
L'omaggio della gente al Papa davanti al policlinico "Gemelli" di Roma dove Leone XIV è ricoverato / ANSA
Intorno al Papa c’è già un “movimento” di preghiera che lo accompagna nella degenza. Anche lei lo ha sperimentato. Si sente il sostegno della preghiera?
«Mi piace citare Giorgio La Pira che affermava: “Noi abbiamo una bomba atomica che è ancora più potente, ed è quella della preghiera. Perché la preghiera? Perché la bomba atomica potrebbe anche distruggere il mondo e si ferma lì. La preghiera, invece, oltrepassa tutto questo e arriva direttamente al cuore di Dio”. Dal letto di ospedale ho avvertito che c’erano tante persone in preghiera. Si tratta di un aiuto enorme. Per anni ho continuato a sentirmi dire nelle diocesi o nelle parrocchie che visitavo: “Abbiamo pregato per lei”. È stato davvero un dono. Sono certo che anche il Papa lo sta avvertendo. I cuori della gente sono sintonizzati con lui. E al tempo stesso Leone XIV ci fa capire che siamo invitati a pregare per tutti i malati. Malati che, come ha osservato a Lourdes, sono davvero nel cuore della Chiesa».
Un anno e mezzo di pontificato. Quale la sua impressione?
«Il Papa è un uomo con un carattere deciso, ma al tempo stesso di una delicatezza che sorprende. Siamo in una società di orfani e lui comprende la responsabilità e l’urgenza di una paternità universale. È come se, in ogni suo intervento o gesto, ripetesse al mondo: non abbiate paura, c’è un Padre in cielo per tutti gli uomini e le donne che vi ama e vi accompagna, nonostante le sofferenze, le ingiustizie, le guerre, le fragilità. E poi chiama non solo la Chiesa ma l’intera famiglia umana all’unità, mentre si impone la logica dello scontro, della polarizzazione, degli estremismi, della divisione».

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