«Voi dentro il coro pro-Nobel a Pillay». No, valutiamo i fatti. Ed è Giusto il pluralismo

Avvenire non si è "allineato al coro plaudente", come afferma la lettrice, a favore della giurista sudafricana premio Nobel per la Pace, abbiamo offerto il nostro contributo con onestà e trasparenza. E molti rilievi critici si sono rivelati parziali
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October 14, 2026
«Voi dentro il coro pro-Nobel a Pillay». No, valutiamo i fatti. Ed è Giusto il pluralismo
Il Premio Nobel per la Pace, Navi Pillay
Caro “Avvenire”, dopo aver letto gli articoli di Angela Napoletano, Andrea Lavazza e Fabio Carminati devo, purtroppo, constatare che anche voi vi siete allineati al coro plaudente, senza tentare una disamina più attenta della figura di Navi Pillay. Cercando nella stampa quotidiana, ho trovato due contributi interessanti. Sul “Foglio” Giuliano Ferrara e Giulio Meotti offrono un profilo della premiata, evidenziando aspetti perlomeno più “problematici” del suo pensiero e del lavoro da lei svolto. Mi sono chiesta: possibile che neppure “Avvenire” abbia cercato di evidenziare tali “criticità”, in modo da offrire ai lettori un’informazione corretta?
Maria Rosa Di Lallo
Gentile signora Di Lallo, il pluralismo dell’informazione è un valore da difendere con il massimo impegno. C’è quindi in generale da rallegrarsi quando le interpretazioni divergono, offrendo al pubblico chiavi di lettura diverse. Il motivo è semplice: nessuno possiede la verità e qualunque voce può contenere elementi originali e utili. Detto questo, vi sono due aspetti che complicano il quadro. Il primo è che poche persone leggono più di un giornale o si muovono in ambienti digitali non omologati. Il secondo è che ogni articolo sui media è necessariamente frutto di una selezione e che le opinioni non possono mai essere completamente slegate dai fatti. Con questa premessa, vengo alla sua critica ad “Avvenire” in merito alla copertura (sul sito e sul giornale) del premio Nobel per la Pace a Navi Pillay. I testi che lei cita hanno raccontato la figura della giurista sudafricana ed evidenziato come, a nostro avviso, il riconoscimento, oltre a onorare la persona, possa essere letto come una difesa del diritto e della giustizia a livello internazionale, in un momento nel quale le istituzioni a essi preposte sono sotto attacco. Non ho titolo per chiosare ciò che hanno scritto i colleghi. Nella mia analisi, in ogni caso, non nascondo come Pillay sia una figura che ha incontrato forti critiche nella sua carriera e sottolineo in particolare che le conclusioni della Commissione da lei presieduta su Gaza, secondo cui Israele ha commesso un genocidio, hanno suscitato reazioni fortemente contrastanti. Visto che lei cita due noti e stimati giornalisti come Giuliano Ferrara e Giulio Meotti, che apprezzo per la loro competenza, ho cercato di comprendere come sabato scorso hanno indagato sul profilo della premiata. Il commento di Ferrara è volutamente sopratono nel demolire un’idea di giustizia internazionale da anime belle, dato che «con il diritto non si fa deterrenza, non ci si difende» ed esso, anzi, può diventare «mistificazione politica» e «arma contro di chi combatte una guerra giusta». Massimo rispetto per questa posizione, che sostanzialmente mi pare fondata sul sospetto, trasformato in certezza dalla prosa battagliera, che Navi Pillay sia mossa da un pregiudizio antiisraeliano.
Sicuramente più documentato e ricco di informazioni è l’articolo di Meotti. Due eventi, in particolare, sono offerti per mettere in dubbio l’integrità e la coerenza dell’allora Alta Commissaria Onu per i diritti umani. Nel 2010, Pillay non partecipò alla cerimonia di premiazione per il Nobel a Liu Xiaobo, forzatamente assente perché il regime cinese non gli consentì il viaggio. In sostanza, si dice, avrebbe boicottato l’evento per non dispiacere a Pechino. Lungi da me fare fact-checking ad altri o difendere Pillay, che non necessariamente è la mia eroina. Bisogna, però, considerare il contesto della vicenda. L’Alta Commissaria effettivamente non andò a Oslo, commettendo forse un errore. Ma è dubbio che abbia rifiutato un invito ufficiale. Lo sostenne la rivista “Foreign Policy” e lei rispose con una lettera al “Washington Post”, in cui negava che qualcuno del Comitato l’avesse formalmente sollecitata a intervenire, segnalava di avere avuto un altro impegno internazionale in quella data e ribadiva le sue critiche alla repressione contro i dissidenti cinesi. In effetti, dopo la condanna di Liu a undici anni di carcere, il 25 dicembre 2009, Pillay definì la sentenza «extremely harsh» (molto dura) ed espresse preoccupazione per le restrizioni alla libertà di espressione nel Paese asiatico. All’assegnazione del Nobel per la Pace, nell’ottobre del 2010, Pillay salutò la scelta, sottolineando l’impegno per i diritti umani dell’intellettuale e ne chiese la liberazione. In seguito, denunciò le misure adottate dalle autorità cinesi nei confronti dei sostenitori di Liu e si disse «costernata» per le restrizioni imposte ad almeno 140 attivisti, ribadendo l’appello in favore del neopremiato.
Il secondo episodio riguarda la cosiddetta Conferenza Durban II contro il razzismo, tenuta a Ginevra nell’aprile 2009. In quell’occasione, il presidente iraniano Ahmadinejad, negazionista dell’Olocausto, tenne un discorso violentemente antiisraeliano. Molte delegazioni uscirono dalla sala per protesta. Ma non Pillay, le rimprovera Meotti. Rimase seduto anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Il punto però è che nella successiva conferenza stampa, l’Alta Commissaria condannò il discorso di Ahmadinejad, dichiarando di esserne rimasta colpita e rattristata, e difese la scelta di non abbandonare i lavori. Era preferibile, a suo avviso, rispondere alle affermazioni del leader di Teheran anziché rinunciare al confronto. Una posizione condivisa da Ban Ki-moon. Si potrebbe dire, in termini più generali, che l’imparzialità procedurale non equivale alla neutralità morale. Infine, parte della documentazione utilizzata da Meotti è riconducibile, come detto chiaramente nell’articolo, a UN Watch, organizzazione non governativa molto attiva nel monitoraggio delle attività delle Nazioni Unite, che spesso mette sotto accusa in quanto ritenute antiisraeliane. L’osservatorio ha avuto storicamente stretti rapporti con importanti organizzazioni ebraiche statunitensi, dalle quali ha ricevuto anche finanziamenti significativi. Di nuovo, bene che non vi sia un pensiero unico – tanto meno un pensiero unico antiebraico – e che sia possibile confrontarsi con prospettive divergenti. L’importante è dichiarare la propria posizione ed evitare che il lettore sia fuorviato. In conclusione, gentile signora Di Lallo, ringraziandola per l’attenzione con cui ci segue, non mi pare vi siano “cori plaudenti” (si vedano alcuni titoli dei quotidiani italiani: “Premio Nobel per Hamas”, “Nobel per la pace all’Albanese nera”, “Il Nobel ad Hamas fa infuriare Trump”) né coraggiosi outsider. Noi di “Avvenire” cerchiamo di fare il nostro lavoro con onestà e trasparenza offrendo, pur con tutti i nostri limiti, un contributo al concerto dissonante, questo sì, dei media desiderosi di stare al servizio dei lettori.
Andrea Lavazza

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