Chiudere l’ex Ilva? Va risolto il problema dei tre corpi
A Taranto sono in gioco la produzione, il lavoro e la salute. Questo non significa che si debba rinunciare a trovare una soluzione almeno approssimativa

Caro Avvenire, qual è il programma del governo per l’ex Ilva di Taranto nella Finanziaria? Nulla, o quasi. Io propongo una soluzione realizzabile con circa sette miliardi di euro, ma ciò comporta rinunciare alle mancette elettorali della legge di bilancio. Farei così: togliere la cassa integrazione, procedere al licenziamento di tutti gli operai e chiudere la società. Versare 300.000 euro a ogni dipendente diretto (circa 10.000) e 200.000 a quelli dell’indotto (circa 10.000): in totale sono 5 miliardi. Altri due miliardi servirebbero per la bonifica ambientale. Con quei soldi diffusi su tutta la zona di Taranto, la città si risolleverà da sola grazie all’iniziativa privata. Non è una spesa eccessiva se consideriamo che da quando si è insediato il governo tra Stato e Invitalia sono stati impiegati 5 miliardi per l’ex Ilva.
Marco Castelletti
Grottammare (AP)
Marco Castelletti
Grottammare (AP)
Caro Castelletti, la sua proposta nasce da un’esasperazione diffusa: dopo tanti interventi pubblici, è legittimo chiedersi se quelle risorse potrebbero essere impiegate meglio. D’altra parte, la sua lettera dà la misura della complessità di alcune situazioni ed evidenzia come siamo diventati così desiderosi di soluzioni facili e veloci da chiedere scorciatoie radicali. Sarà l’effetto delle tecnologie, che ci hanno abituato a schiacciare un singolo tasto per ottenere risultati in tempo reale. O forse è un riflesso di certa propaganda populista che promette rimedi rapidi e miracolosi a ogni problema. In ogni caso, il nodo dell’acciaieria ex Ilva di Taranto si è dimostrato eccezionalmente intricato per come si sono intrecciate le questioni di gestione aziendale e di sostenibilità ambientale, nel contesto di una domanda mutevole e della crescente concorrenza internazionale. Ci sono stati errori in passato? Certamente sì, ne sono stati commessi, e anche di gravi. Li ha illustrati bene su queste pagine Paolo Alfieri venerdì scorso. La vicenda del polo industriale di Taranto mostra una prolungata incapacità delle imprese e delle istituzioni di considerare i cruciali temi della sicurezza, insieme a una scarsa attenzione all’efficienza. Lo indicano anche le numerose inchieste giudiziarie e le relative sentenze. Questo non cambia la sfida attuale di venire a capo di quello che potremmo chiamare un “problema dei tre corpi”, facendo eco a un noto rompicapo della fisica, reso celebre dalla saga fantascientifica di Liu Cixin. Bisogna mettere insieme in modo adeguato l’esigenza di conservare un polo produttivo italiano per un materiale chiave – che è anche un asset strategico – la tutela della salute degli abitanti della città – piagata da eccessi documentati di mortalità per patologie tumorali – e l’occupazione con relativo reddito di decine di migliaia di persone – spina dorsale dell’economia del Tarantino. Il tutto senza alimentare le divisioni già presenti fra chi è più preoccupato di come arrivare a fine mese e chi invece teme di ammalarsi.
Le sentenze dei tribunali e da ultimo della Cassazione hanno stabilito che deve avere priorità il diritto a vivere in un ambiente non avvelenato dalle attuali procedure di produzione, oggi realizzate con forni a carbone: gli impianti a caldo saranno quindi spenti per decreto della magistratura. La conseguenza probabile è che molti operai perderanno il posto e anche l’impianto siderurgico sarà costretto, in mancanza di una piena e onerosa ristrutturazione, a cambiare profilo, limitando il ciclo produttivo alla trasformazione dell’acciaio. Tutto questo chiederà miliardi di investimenti e una regia e un co-finanziamento dello Stato, dato che l’ex Ilva, comprensibilmente, è diventata meno appetibile sul mercato. Il suo progetto, caro Castelletti, non tenta nemmeno di considerare tutti gli elementi del puzzle. Si limita a ipotizzare indennizzi una tantum ai dipendenti messi sulla strada, ignorando il tema di politica industriale nazionale. Ma restiamo al merito. Trecentomila euro sono non più di una dozzina d’anni di salario (va considerata l’inflazione); duecentomila euro, meno di dieci. Per qualcuno potrebbe essere un ponte alla pensione, ma per i più giovani solo una misura di sopravvivenza in un contesto desertificato, dove essere disoccupati in massa alimenta comunque frustrazione e depressione. Qualcuno più intraprendente avvierebbe magari piccole attività nel settore turistico, ma l’effetto complessivo sulla città non sarebbe risolto da un appello magico all’iniziativa privata. Inoltre, con due miliardi difficilmente si smantellerebbe l’intero sito produttivo, che non penso si potrebbe abbandonare vuoto, seppure in parte bonificato, all’usura naturale e a occupazioni illegali.
Si creerebbe poi un precedente negativo per tutte le altre vertenze industriali: molti pretenderebbero immediate buonuscite e le stesse imprese che vogliono delocalizzare si allineerebbero alla soluzione dello Stato che risarcisce i dipendenti licenziati. Insomma, anche avendo parecchi soldi da spendere servono buone idee che non nascono dalla sera alla mattina. E, pur dopo le migliori riflessioni, ci si deve ancora scontrare con la dura realtà, che a volte mette di fronte a veri dilemmi, cioè situazioni nelle quali qualunque scelta sacrifica alcune delle cose che non vorremmo perdere. A Taranto, sono in gioco il lavoro e la salute. Questo non significa che si debba rinunciare a trovare una soluzione almeno approssimativa al “problema dei tre corpi”. Il mio più modesto suggerimento sarebbe di fare un “concorso di idee” prima ancora di formare una cordata di imprenditori di buona volontà, legittimata poi a dettare le proprie condizioni. Mettere in azione le migliori intelligenze, vincolando la fantasia solo alla precisione tecnico-economico-ambientale, potrebbe fare emergere insperate vie di uscita anche dalle strettoie più difficili. Almeno proviamoci.
P.S. Per i più curiosi: il problema dei tre corpi consiste nel prevedere il movimento di tre oggetti celesti, come i pianeti, che si attraggono reciprocamente, conoscendone masse, posizioni e velocità iniziali. Non esiste una formula generale in forma chiusa che lo risolva: si possono però trovare soluzioni particolari e approssimazioni. Anche per questo, la metafora lascia spazio alla speranza.
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