Meno social media, più benessere? Servirebbero più studi, e vanno finanziati

Le ricerche rilevano benefici dalla disconnessione, ma limitati. Per tutelare i giovani sarebbe utile avere più dati, regole efficaci e capacità di autolimitarsi
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October 27, 2026
Meno social media, più benessere? Servirebbero più studi, e vanno finanziati
/ ICP
Caro Avvenire,
un gruppo di ricercatori dell’Università di Bath ha pubblicato uno studio sulla rivista Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking che conferma l’effetto positivo dell’astensione dai social network. Una settimana di «digiuno» da Instagram, Facebook, Twitter e TikTok è sufficiente per migliorare i livelli di benessere psicologico e mitigare ansia e depressione. Sarebbe una buona idea anche per chi va in piazza (ma non solo) con le spranghe e in passamontagna.
Gabriele Soliani
Reggio Emilia
Caro Soliani,
lo studio è del 2022 e costituisce solo uno dei tanti che offrono alcune indicazioni parziali sulle conseguenze dell’uso prolungato dei social media. Proprio guardare ai dati reali sarebbe assai utile, in un dibattito pubblico spesso vittima di ingenue semplificazioni e di polarizzazioni verso posizioni estreme, sull’onda di emozioni e pregiudizi. Ad esempio, pensare che spegnendo TikTok si eviterebbero le proteste violente di piazza sembra un’affermazione non suffragata da alcuna prova. C’è chi ha trovato parallelismi tra i saccheggi nel centro di Milano sabato 17 ottobre e l’assalto ai forni, più o meno negli stessi luoghi, descritto da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi: la psicologia delle folle è conosciuta e analizzata da ben prima degli strumenti digitali. Questo, ovviamente, non esclude che oggi i social media possano amplificare quelle dinamiche.
Soprattutto, dovremmo prendere in considerazione un orizzonte più vasto e farci guidare non da un’idea astratta di scienza, ma dagli studi specifici realizzati finora e da quelli che si dovrebbero condurre. Attualmente, numerose ricerche simili a quella che lei cita, caro Soliani, mostrano che ridurre la propria fruizione dei social network produce, in media, limitati aumenti del benessere percepito dei giovani, la cui durata non è ancora misurata con precisione. Le popolazioni selezionate sono però diverse, e non è facile concludere che gli effetti siano maggiori al di sotto di soglie fissate, tra i 14 e i 16 anni, che alcune legislazioni internazionali recenti pongono per l’accesso consentito. È sensato ritenere che quella fase di sviluppo psicologico e cognitivo sia più sensibile, ma non basta una presunzione per decidere su limitazioni alla libertà e ai desideri dei cittadini, perché di questo si tratta quando parliamo di divieti.
Sono quindi ingiustificate misure coercitive per la salute pubblica? No, in linea generale possono essere certamente introdotte se rispondono ad alcuni requisiti. Il primo, mi pare, sia l’efficacia, insieme alla proporzionalità rispetto ai rischi e alle alternative disponibili. E qui è dove dobbiamo studiare di più. Forse il guadagno dallo stop ai social media è piccolo quando i nostri pari continuano a usarli? Vi sono evidenze che le persone chiedono denaro per staccarsi da Instagram se devono farlo solo loro, mentre sono disposte a pagare qualcosa di tasca propria per una disattivazione che coinvolga anche gli altri partecipanti. Vedremo nei prossimi anni quali saranno gli esiti delle valutazioni sui divieti di accesso per i minori. Potrebbe anche darsi che l’intero ambiente sia «avvelenato» dai social media e che quindi un digiuno parziale, anche di un’intera fascia generazionale, non porti molto frutto. Forse avremmo vantaggi da distacchi collettivi intermittenti, per restituire alle persone tempo e capacità di attenzione. Le evidenze disponibili mostrano però che lo spazio di vita recuperato prende strade diverse: durante un blackout delle piattaforme Meta molti utenti si sono rivolti ad altri servizi digitali; in un esperimento di disattivazione di Facebook per quattro settimane sono aumentati sia i periodi davanti alla televisione sia quelli trascorsi con familiari e amici. Insomma, esiste ancora un divario tra l’evidenza di rischi specifici, la dimostrazione di un ampio danno causale a livello di popolazione e la prova che divieti generalizzati per età producano benefici netti. Abbiamo quindi bisogno di capire meglio come regolare i social media e, soprattutto, come governare noi stessi.
Lo scienziato sociale Jon Elster ha ripreso in un suo noto libro l’episodio dell’ Odissea in cui Ulisse, durante la navigazione verso Itaca, desidera ascoltare il canto delle sirene, ma sa che, quando lo sentirà, non saprà resistergli. Per questo si fa legare all’albero della nave e ordina ai compagni di non scioglierlo, anche se poi lo chiederà. Una persona può agire razionalmente riducendo anticipatamente le proprie possibilità di scelta, quando prevede che in futuro potrebbe cedere alla tentazione. Tuttavia, il punto, com’è evidente, non è solo comprendere il rischio, ma anche avere la forza di vincolarsi contro di esso. Per questo servono studi mirati, con domande di ricerca orientate a indagare in modo sistematico tutti i punti toccati sopra. I nostri rappresentanti politici potrebbero dare un contributo importante stanziando finanziamenti mirati e cospicui per progetti finalizzati a chiarire, per quanto possibile, le dimensioni che coinvolgono i social media: la salute mentale dei giovani, il cambiamento di abitudini e comportamenti, l’impatto di diverse misure rivolte ai gestori e agli utenti, modalità per rendere consapevoli i cittadini e stimolarli ad approcci non disfunzionali. Non sarà ancora tutta la risposta a un tema cruciale. Eppure, ci darebbe una base di conoscenze indispensabile per provare ad agire nel modo ritenuto più efficace, sapendo che, come scriveva Immanuel Kant, «dal legno storto di cui è fatto l’uomo non si può costruire nulla di perfettamente diritto».
Andrea Lavazza

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