«Ascoltate la voce di noi giovani». Sì, facciamo spazio. Ma senza finzioni
Gli adulti e la politica devono accorgersi che i giovani sono una presenza attiva e influente, anche nelle urne. Altrimenti, per chi cerca consenso, continuerà a essere conveniente minimizzare le proteste ed enfatizzare l’emergenza sicurezza

Caro Avvenire,
sono un dottorando in studi africani presso l’Università di Roma Tre e di Warwick e scrivo riguardo alle proteste di questi giorni. È giusto premettere che le violenze sono ingiustificabili, anche perché fanno un danno all’ampia maggioranza che da queste, purtroppo, è stata in larga parte mediaticamente silenziata. Penso sia importante dire che tanta della frustrazione alla base delle manifestazioni non viene soltanto da una sempre più insostenibile situazione economica, ma anche dal mancato riconoscimento accordato a noi giovani. Credo che le due cose siano estremamente connesse ed è semplicistico e facile ridurre tutto ad una coperta (economica) corta. Le scrivo dal punto di vista di un giovane ricercatore. Come tanti, non ho mai voluto lasciare l’Italia. Quei sacrifici che spesso vengono rinfacciati a noi giovani io li ho fatti, come li fanno i tanti miei colleghi. Nel mio periodo ad Oxford, ho centellinato ogni euro del mio stipendio (1.195 euro), ma l’ho fatto con gioia, perché vedevo che i miei sforzi venivano premiati. Ritornato in Italia, mi sono sentito frustrato nel vedere i tanti modi in cui l’Università e il nostro mercato economico sviliscono i giovani. C’è la consapevolezza che al nostro impegno non seguiranno frutti. Tanti laureati devono accettare lavori che non hanno a che fare con i propri studi. Personalmente credo in un’alleanza trasversale tra adulti e giovani generazioni. Ma dovete aiutarci: dovete dare spazio alle nostre istanze, alle nostre proposte. Dovete ascoltare la nostra voce.
Gabriele Rizzi Bastiani
sono un dottorando in studi africani presso l’Università di Roma Tre e di Warwick e scrivo riguardo alle proteste di questi giorni. È giusto premettere che le violenze sono ingiustificabili, anche perché fanno un danno all’ampia maggioranza che da queste, purtroppo, è stata in larga parte mediaticamente silenziata. Penso sia importante dire che tanta della frustrazione alla base delle manifestazioni non viene soltanto da una sempre più insostenibile situazione economica, ma anche dal mancato riconoscimento accordato a noi giovani. Credo che le due cose siano estremamente connesse ed è semplicistico e facile ridurre tutto ad una coperta (economica) corta. Le scrivo dal punto di vista di un giovane ricercatore. Come tanti, non ho mai voluto lasciare l’Italia. Quei sacrifici che spesso vengono rinfacciati a noi giovani io li ho fatti, come li fanno i tanti miei colleghi. Nel mio periodo ad Oxford, ho centellinato ogni euro del mio stipendio (1.195 euro), ma l’ho fatto con gioia, perché vedevo che i miei sforzi venivano premiati. Ritornato in Italia, mi sono sentito frustrato nel vedere i tanti modi in cui l’Università e il nostro mercato economico sviliscono i giovani. C’è la consapevolezza che al nostro impegno non seguiranno frutti. Tanti laureati devono accettare lavori che non hanno a che fare con i propri studi. Personalmente credo in un’alleanza trasversale tra adulti e giovani generazioni. Ma dovete aiutarci: dovete dare spazio alle nostre istanze, alle nostre proposte. Dovete ascoltare la nostra voce.
Gabriele Rizzi Bastiani
Caro Rizzi Bastiani,
conosco abbastanza l’università italiana per sapere quanto spesso i giovani, e i dottorandi in particolare, siano considerati utilissimi, ma per svolgere tutti quei compiti esecutivi che i docenti non vogliono sobbarcarsi, dalla segreteria organizzativa di convegni ed eventi fino a mansioni anche meno nobili. Ma i dottorandi rappresentano evidentemente un’esigua minoranza delle nuove generazioni. Il tema del mancato riconoscimento mi pare più generale.
Si tratta anche di un problema culturale che fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico. In Italia, siamo sempre “giovani” (nelle cronache lo sono perfino i quarantenni), anche perché quasi tutti cercano di apparire tali o comunque di essere riconosciuti come tali. Tranne poi transitare improvvisamente nella categoria degli “splendidi novantenni”, ancora perfettamente in forma e non di rado decisi a rimanere in posti che sarebbe opportuno fossero presi da chi ha idee ed energie fresche. Si potrebbe riformulare in questo senso la salace battuta che il compianto Edmondo Berselli aveva riadattato da Alberto Arbasino per gli ambienti intellettuali, dove le “brillanti promesse” si trasformano improvvisamente nei “soliti str…”. Mi perdonerà, caro Rizzi Bastiani, non voglio per nulla banalizzare una questione cruciale.
Lo si osserva chiaramente anche sui principali media. Ho visto in due programmi televisivi rappresentanti dell’organizzazione giovanile del Pd e degli studenti universitari trattati con discutibile paternalismo di diverso segno da giornalisti di valore e grande esperienza. Con i primi, Massimo Gramellini sembrava stupito come di fronte a un miracolo e interloquiva con la cautela usata per persone fragili; Bruno Vespa ha apostrofato i secondi quasi fossero indegni di stare nella sua trasmissione perché non sufficientemente preparati. Se però un ospite “esperto” (leggi: maturo) dice sciocchezze fa parte della dialettica dei talk show e quasi mai riceve lo stesso trattamento. Ovviamente, ci sono le eccezioni per le categorie in cui i giovani non sono eludibili: lo sport e certe forme di spettacolo. In quel contesto, lo spazio e il rispetto sono maggiori; tuttavia, non tutti possono essere Jannik Sinner, Kimi Antonelli o Angelina Mango.
Sebbene questa tendenza colga solo un aspetto del problema, si tratta di una spia importante. Una società è composta da gruppi di età diverse con visioni, interessi ed esigenze variegati, che si intersecano lungo numerose dimensioni. E oggi, grazie all’aumento dell’aspettativa di vita, convivono più generazioni, con richieste sempre più differenziate. In molti casi, prevalgono le linee di frattura legate al reddito, agli orientamenti di valore o alle scelte da compiere sui conflitti, come abbiamo visto nelle recenti elezioni in Brasile e Israele, mentre a volte sono le divisioni generazionali a fare la differenza: è avvenuto in Serbia con la lista studentesca. Da dove ripartire, allora, caro Rizzi Bastiani? Penso si debba cominciare da una presa di coscienza collettiva, che non passa solo da manifestazioni di piazza, benvenute se pienamente pacifiche, ma anche da scelte e impegni simili a quelli cui lei accenna nella sua lettera accorata. Gli adulti e la politica devono accorgersi che i giovani sono una presenza attiva e influente, anche nelle urne. Altrimenti, per chi cerca consenso, continuerà a essere conveniente minimizzare le proteste ed enfatizzare l’emergenza sicurezza, rivolgendosi soprattutto ai meno giovani, lasciando ai margini chi deve ancora trovare il proprio spazio nella società.
conosco abbastanza l’università italiana per sapere quanto spesso i giovani, e i dottorandi in particolare, siano considerati utilissimi, ma per svolgere tutti quei compiti esecutivi che i docenti non vogliono sobbarcarsi, dalla segreteria organizzativa di convegni ed eventi fino a mansioni anche meno nobili. Ma i dottorandi rappresentano evidentemente un’esigua minoranza delle nuove generazioni. Il tema del mancato riconoscimento mi pare più generale.
Si tratta anche di un problema culturale che fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico. In Italia, siamo sempre “giovani” (nelle cronache lo sono perfino i quarantenni), anche perché quasi tutti cercano di apparire tali o comunque di essere riconosciuti come tali. Tranne poi transitare improvvisamente nella categoria degli “splendidi novantenni”, ancora perfettamente in forma e non di rado decisi a rimanere in posti che sarebbe opportuno fossero presi da chi ha idee ed energie fresche. Si potrebbe riformulare in questo senso la salace battuta che il compianto Edmondo Berselli aveva riadattato da Alberto Arbasino per gli ambienti intellettuali, dove le “brillanti promesse” si trasformano improvvisamente nei “soliti str…”. Mi perdonerà, caro Rizzi Bastiani, non voglio per nulla banalizzare una questione cruciale.
Lo si osserva chiaramente anche sui principali media. Ho visto in due programmi televisivi rappresentanti dell’organizzazione giovanile del Pd e degli studenti universitari trattati con discutibile paternalismo di diverso segno da giornalisti di valore e grande esperienza. Con i primi, Massimo Gramellini sembrava stupito come di fronte a un miracolo e interloquiva con la cautela usata per persone fragili; Bruno Vespa ha apostrofato i secondi quasi fossero indegni di stare nella sua trasmissione perché non sufficientemente preparati. Se però un ospite “esperto” (leggi: maturo) dice sciocchezze fa parte della dialettica dei talk show e quasi mai riceve lo stesso trattamento. Ovviamente, ci sono le eccezioni per le categorie in cui i giovani non sono eludibili: lo sport e certe forme di spettacolo. In quel contesto, lo spazio e il rispetto sono maggiori; tuttavia, non tutti possono essere Jannik Sinner, Kimi Antonelli o Angelina Mango.
Sebbene questa tendenza colga solo un aspetto del problema, si tratta di una spia importante. Una società è composta da gruppi di età diverse con visioni, interessi ed esigenze variegati, che si intersecano lungo numerose dimensioni. E oggi, grazie all’aumento dell’aspettativa di vita, convivono più generazioni, con richieste sempre più differenziate. In molti casi, prevalgono le linee di frattura legate al reddito, agli orientamenti di valore o alle scelte da compiere sui conflitti, come abbiamo visto nelle recenti elezioni in Brasile e Israele, mentre a volte sono le divisioni generazionali a fare la differenza: è avvenuto in Serbia con la lista studentesca. Da dove ripartire, allora, caro Rizzi Bastiani? Penso si debba cominciare da una presa di coscienza collettiva, che non passa solo da manifestazioni di piazza, benvenute se pienamente pacifiche, ma anche da scelte e impegni simili a quelli cui lei accenna nella sua lettera accorata. Gli adulti e la politica devono accorgersi che i giovani sono una presenza attiva e influente, anche nelle urne. Altrimenti, per chi cerca consenso, continuerà a essere conveniente minimizzare le proteste ed enfatizzare l’emergenza sicurezza, rivolgendosi soprattutto ai meno giovani, lasciando ai margini chi deve ancora trovare il proprio spazio nella società.
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