Calcio in crisi e partite a Pasqua. Cosa serve davvero?
Fanno discutere le gare nelle festività religiose, tra memoria di stadi pieni e polemiche attuali. Ma il declino non dipende dal calendario: pesano risultati scarsi, credibilità ridotta, comportamenti discutibili e violenze
Caro Direttore, è un momento buio per il calcio nazionale. È da ritenere che di certo non potranno risollevarsi le sorti di questo sport se i decisori del massimo campionato prevedono che si giochi il Sabato Santo (per i cristiani giorno del silenzio) e addirittura nel giorno di Pasqua e il Lunedì dell’Angelo. Sono scelte che appaiono vergognosamente indifferenti a valori familiari e spirituali. Si dice che occorre ricostruire dalle fondamenta questo sport nazionale. Se queste sono le basi, di certo non si andrà lontano.
Francesco Napolitano - Roma
Francesco Napolitano - Roma
Caro Napolitano, un po’ di memoria del passato aiuta sempre a contestualizzare. Anche per la crisi del nostro calcio che, concordo con lei anche se per motivi diversi, è sia di risultati sia di credibilità. Si può essere legittimamente contrari alla programmazione di partite di Serie A il giorno di Pasqua, e nel 2004 e nel 2009 alcuni vescovi hanno espresso il loro dissenso quando la consuetudine di non giocare nella Domenica di Risurrezione fu temporaneamente interrotta. Ma non bisogna trascurare il fatto che, in un’Italia molto più cattolica, nella Festività religiosa principale e nel lunedì successivo gli stadi non di rado erano tutti aperti e gremiti. Il 26 marzo 1978, Pasqua di 48 anni fa, si giocò l’intera ventiquattresima giornata del campionato (poi vinto dalla Juventus, che quel giorno pareggiò 2-2 fuori casa con il Genoa). Accadde lo stesso l’anno prima. Certo, anche allora si registravano critiche e malumori, ma con la Dc al governo e un giovane Franco Carraro presidente della Federcalcio, difficile pensare che si volessero scientemente colpire i valori spirituali del Paese. Dagli anni Ottanta, i calendari, con poche eccezioni, hanno poi saltato la Settimana Santa, fino all’anno scorso. Non si può collegare nemmeno il declino del nostro sport più popolare con il mancato rispetto delle solennità cristiane. Oggi veniamo vergognosamente eliminati per la terza volta consecutiva dai Mondiali. Allora, la nazionale di Enzo Bearzot vinse il suo girone preliminare superando l’Inghilterra di Kevin Keegan (due volte Pallone d’Oro) con due epici scontri diretti che ci videro vincere in casa e pareggiare oltremanica. Andammo poi alla fase finale in Argentina, dove battemmo i padroni di casa e futuri campioni, arrivando quarti assoluti, viatico verso il trionfo di Spagna 1982 quattro anni dopo.
Detto questo, caro Napolitano, il calcio italiano ci fa ancora discutere e arrabbiare, ma non è più un modello, soprattutto a fronte di tanti altri sport in cui campioni solidi e genuini sono emersi o stanno affermandosi, da Sinner ad Antonelli, da Brignone a Fontana fino a Battocletti. Sui nostri campi erbosi non solo non si esibiscono talenti all’altezza del passato, ma vediamo anche gesti di scarso fair play, prevalenza delle logiche del massimo guadagno economico e poca dedizione alla maglia, che sia di club o azzurra. Per non parlare delle tifoserie, sempre più spesso oggetto della cronaca nera per violenze tra gruppi rivali e infiltrazioni della criminalità organizzata. Abbiamo bisogno di risollevare il gioco del pallone non cercando di riportarlo a un passato che non può tornare, ma ricostruendone la serietà e la cultura a tutti i livelli per poi riconquistare i vertici nelle diverse competizioni. Non mi fraintenda, caro Napolitano. Avrà letto domenica l’articolo del compianto Vittorio Messori ripubblicato su Avvenire: raccontava di come il Venerdì Santo del 1992 vissuto tra Milano e Bergamo gli appariva mestamente laico e dimentico della Passione salvifica di Gesù. Non sarà togliendo il calcio a Pasqua che si fermerà la secolarizzazione. Semmai, mi scandalizza maggiormente che nessuna delle tre principali reti Rai abbia trasmesso sabato sera la Veglia del Papa, unica voce di pace in un frangente di guerre che ci assediano (anche se è consolidata la prassi di proporre la Via Crucis il venerdì e, ovviamente, la celebrazione solenne del mattino della domenica). In questo momento, avremmo bisogno anche del conforto ludico di un calcio pulito e appassionato. Speriamo di ritrovarlo presto in qualche nuova notte magica.
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