La violenza a scuola ci interroga. Prima cosa: stare con la vittima
L’aggressione di una docente a Trescore Balneario ha riacceso il dibattito su responsabilità degli adulti e limiti delle sole misure securitarie, mentre restano centrali il rifiuto di ogni normalizzazione della violenza e il sostegno alla professoressa ferita

Caro Avvenire, l’aggressione con un coltello a una professoressa nella scuola media di Trescore Balneario riporta alla luce il problema della sicurezza ed è giusto affrontarlo, bisogna garantire agli insegnanti che quando entrano in classe non rischino la vita. Ma questi fatti gravissimi sono la punta di un iceberg, vi è una sofferenza che abita nel cuore di tanti giovani e arriva a distorcere la stessa realtà. È questa sofferenza che va affrontata e non va fatto come spesso si è abituati a fare: disagio, quindi analisi psicosociologica e intervento dello specialista. Questo è un modo vecchio e superato di affrontare quello che tutti identificano come sofferenza giovanile: ci vuole un approccio del tutto nuovo. Oggi vi è bisogno di adulti che sappiano stare con i ragazzi e le ragazze in modo gratuito e libero, questo è l’unico modo per affrontare il disagio, stare con chi lo sperimenta e aiutarlo a capire la sua umanità, la positività che porta dentro, la freschezza che lo butta nella vita. Attualmente, gli adulti, tranne casi rari, hanno uno sguardo negativo sui giovani, li ritengono degli incapaci e pensano di sapere cosa debbono fare e come debbano vivere. C’è bisogno di un altro tipo di adulto, quello che condivide tutto della vita dei giovani, attendendo la loro mossa e valorizzandola. Di questo hanno bisogno i giovani d’oggi, di vedersi amati e valorizzati.
Gianni Mereghetti
Gianni Mereghetti
Caro Mereghetti, ciò che è accaduto nella scuola Leonardo da Vinci è di una gravità assoluta, ma purtroppo ha alcuni precedenti non lontani. Nello scorso gennaio, alla Spezia, il diciannovenne Abanoub Youssef è stato ucciso a coltellate in classe dal suo compagno Zouhair Atif. Nel 2023, ad Abbiategrasso, un’insegnante venne ferita durante la lezione da un suo allievo, mentre l’anno precedente a Rovigo alcuni studenti spararono alla professoressa con una pistola a pallini colpendola al volto e riprendendo la scena. Quello che sgomenta nel caso di mercoledì, in attesa di comprendere meglio movente e circostanze ambientali, sono l’età dell’aggressore – 13 anni, allievo di terza media – e le modalità dell’azione – un coltello, una pistola, la diretta su Telegram con il cellulare al collo, gli abiti in stile militare e gli ingredienti per esplosivi nella propria stanza. È inevitabile che si apra un dibattito: la scuola dovrebbe essere il luogo pubblico più alieno dalla violenza e un fatto di questa portata ci interroga profondamente. Lei, caro Mereghetti, sembra non credere nell’efficacia dei saperi professionali sull’essere umano, mentre altri ne invocano un maggiore coinvolgimento, penso a ragione. La sua diagnosi chiama in causa il presunto pessimismo degli adulti e il loro atteggiamento “direttivo”. Mi viene da dire che in tante situazioni sarebbe auspicabile un controllo e un intervento più pressante dei genitori. Evitare che il proprio figlio si procuri un arsenale ed esca di casa preparato per una spedizione punitiva sarebbe già un buon risultato. Ma, ovviamente, le cose sono molto più complicate, e sarebbe impietoso in questo momento gettare la croce addosso a qualcuno senza conoscere bene la situazione. Di sicuro, stando alle cronache, non basta l’annuncio di misure securitarie sempre più drastiche. Nel romanzo Il sopravvissuto (2005) di Antonio Scurati, durante l’esame di maturità uno studente apre il fuoco contro la commissione, uccidendo quasi tutti i docenti; si salva solo il professore di filosofia, Andrea Marescalchi. La narrazione, in dialogo con fatti reali come la strage della scuola americana Columbine, introduce una riflessione sul rapporto tra insegnanti e allievi e sul disagio giovanile. Marescalchi, che non sa se è stato solo fortunato o risparmiato volutamente dal killer, viene attraversato da un travaglio interiore segnato da senso di colpa, dubbi e autoaccuse, fino a interrogarsi radicalmente sul proprio modo di insegnare o di rapportarsi allo studente. Le indagini, le perizie e la discussione allargata non riescono a chiarire le cause profonde della strage, che per la sua genesi rimane avvolta nel mistero.
Che fare, quindi? La prima cosa costruttiva che raccomanderei è esprimere solidarietà e vicinanza alla vittima, la professoressa Chiara Mocchi. Che si riprenda al meglio e al più presto, che torni in classe accolta come merita. E poi dovremmo contrastare quei resoconti che, pur nella denuncia in buona fede, finiscono con il rendere “normali” fatti che normali non sono. Se diciamo che 500mila ragazzi vanno in giro con un coltello, una stima che gira da un po’, rendiamo le armi bianche un accessorio da passeggio come l’ombrello. Se non stigmatizziamo sempre e comunque la violenza, se la guerra diventa un videogame e si hanno esitazioni nel ribadire il disvalore morale di ogni mancanza di rispetto, allora gli episodi di aggressione agli insegnanti saranno destinati a ripetersi, anche se di adulti che condividono con dedizione la vita dei giovani ce ne sono tanti, nelle scuole come nella società. Ogni altro contributo, caro Mereghetti, è ovviamente benvenuto: la sfida educativa è enorme.
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