Ginnastica in biblioteca? Buon senso sì, cultura elitaria no
Un lettore chiede se sia giusto che i luoghi di lettura ospitino anche altre attività. Una riflessione sollevata dal caso della sessione di fitness nella settecentesca sala Teresiana del Palazzo di Brera
Caro Avvenire, non è solo la grande biblioteca storica milanese a far discutere quando viene trasformata per qualche ora in una palestra. Il punto riguarda anche le biblioteche di provincia, dove sempre più spesso si lascia spazio ai corsi più disparati: cucito, ricamo, sartoria, bricolage. Attività dignitosissime, per carità. Ma che poco hanno a che fare con la missione originaria di quei luoghi. Si dirà che è un modo per “attrarre pubblico”, per “stare al passo coi tempi”. Ma viene da chiedersi se, nel tentativo di essere tutto, le biblioteche non stiano smettendo di essere ciò che dovrebbero: presidi di lettura, studio, conoscenza. Il fenomeno non è isolato, ma parte di una tendenza alla confusione dei ruoli. I sindacati fanno politica, i sindaci fanno gli influencer... Tutti sconfinano, si allargano, cercano visibilità o nuove funzioni. Ma ogni sconfinamento ha un prezzo: la perdita di identità. Una comunità ha bisogno di luoghi riconoscibili, con una funzione precisa. E una biblioteca, prima di tutto, dovrebbe restare una biblioteca.
Giulio Treccani - Gavardo (Bs)
Giulio Treccani - Gavardo (Bs)
Caro Treccani, rosa è una rosa è una rosa è una rosa, scriveva l’autrice americana Gertrude Stein in una sua nota poesia modernista. Il verso molto citato indica che una cosa è ciò che è, l’identità si manifesta in modo autoevidente. Una biblioteca è una biblioteca, come lei sottolinea. Ma esiste anche una lettura meno diretta. E allora il significato può dipendere dall’uso della parola. Il senso non è fissato una volta per tutte, emerge nel linguaggio stesso. Un’idea in linea con le interpretazioni contemporanee. Quindi, se diremo spesso che andiamo in biblioteca per fare corsi di pittura e di yoga, per una sfilata di moda o una cena di gala, anche il senso della parola “biblioteca” cambierà di conseguenza. Come vede, caro Treccani, l’ho presa un po’ alla lontana, ma il tema è meritevole di una discussione culturalmente approfondita, anche se poi va risolto, a mio avviso, in modo pragmatico. Le biblioteche, e in particolare la Braidense di Milano, sono istituzioni autorevoli e prestigiose che derivano le loro qualità dal custodire, nei volumi presenti sui loro scaffali, una parte significativa del sapere umano. Il fatto che siano ricercate da aziende e associazioni per i loro eventi ci dice che il loro fascino rimane forte anche in un’epoca in cui una quota crescente della conoscenza risulta accessibile direttamente dai propri smartphone.
Il caso che l’ha contrariata riguarda una sessione di fitness guidata dal “celebrity trainer” americano Isaac Boots, svoltasi nella settecentesca sala Teresiana del Palazzo di Brera. La manifestazione, organizzata da un marchio di cosmetica, ha trasformato temporaneamente lo spazio in una sorta di palestra con tappetini, musica e allenamento ad alta intensità. L’incasso è stato di circa 10.000 euro per un’ora. La direzione ha difeso la scelta – consentita dalle norme ministeriali – con l’alto ritorno economico che permette di compensare la riduzione dei fondi pubblici, senza che vi siano stati rischi per il patrimonio librario né disagi per i fruitori, data la breve chiusura degli spazi. Certo, si obietta, detto così, pare che tutto funzioni bene. Ma appena si vede una foto, la percezione cambia, e la dignità simbolica della biblioteca sembra fortemente compromessa. D’altra parte, questa è la mia idea, le biblioteche non dovrebbero essere luoghi elitari che incutono soggezione e tengono lontani i lettori alle loro prime esperienze. Se nel salvaguardare il “decoro” finiamo con il riprodurre una concezione escludente della cultura, non faremo un buon servizio nemmeno alla lettura. Non che la ginnastica alla Braidense abbia incentivato visite successive per motivi di studio. Non le ha però nemmeno scoraggiate. In parole più semplici, le biblioteche non sono chiese. Il pragmatismo, quindi, suggerisce di sfruttare l’affitto delle strutture per raccogliere finanziamenti utili alle attività proprie dell’istituzione, con qualche limite imposto dal buon gusto e dal non stravolgimento della gestione ordinaria. La prescrizione migliore sarebbe quella di evitare la diffusione delle immagini: come dice la saggezza antica, occhio non vede, cuore non duole. Dopodiché, caro Treccani, le comunità hanno bisogno sì di luoghi riconoscibili, che siano tuttavia impegnati a farsi raggiungere da più persone possibile, perché si accostino al libro come strumento vivo, capace di parlarci, farci compagnia, educarci e divertirci. Viva le biblioteche serie. Ma non seriose.
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