Servono regole se il cervello “scrive” e la pelle “ascolta”


Gigio Rancilio venerdì 21 aprile 2017
Regina E. Dugan è più giovane di me. Ma questo è un dettaglio. Ciò che conta è il fatto che è una delle persone responsabili del nostro futuro. O almeno, di una fetta importante del nostro futuro.
Si è laureata al California Institute of Technology e ha un master in Ingegneria meccanica al Politecnico della Virginia. Noi diremmo che è una scienziata. Lei invece si definisce «una donna d'affari». E già non è una differenza da poco.
Ha diretto la Darpa (l'agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare), lavorato alla Nasa, alla Motorola e ha guidato un'area strategica tecnologica di Google. Da un anno è stata assunta da Facebook. Con in dote centinaia di milioni di dollari e un team di centinaia di persone alle sue dipendenze lavora nel cosiddetto Edificio 8 con il compito di collegare il mondo, soprattutto attraverso l'intelligenza artificiale e la realtà virtuale.
Mercoledì Regina E. Dugan è salita sul palco di Facebook F8, la conferenza per gli sviluppatori organizzata dal colosso capitanato da Mark Zuckerberg.
In sostanza ha detto due cose.
La prima. Facebook sta lavorando ad un sistema per permetterci di comunicare col pensiero. «Il primo passo sarà creare un sistema in grado di digitare 100 parole al minuto direttamente dal cervello, con una velocità 5 volte più veloce di quanto si possa fare con le dita su uno smartphone». I pensieri, ha promesso Regina, saranno selezionati e selezionabili «come fotografie da un database».
La seconda. «Facebook sta lavorando ad un sistema che permetta di farci ascoltare attraverso la pelle». In pratica (e semplificando un po') sarebbe una sorta di evoluzione del linguaggio Braille. «Sul corpo abbiamo due metri quadrati di pelle. Attraverso speciali sensori potremmo usarli per far ascoltare alle persone linguaggi, suoni ed emozioni».
Che la tecnologia ormai corra a una velocità incredibile, non lo scopriamo certo oggi. Ma è difficile non rimanere meravigliati di fronte a simili annunci.
Passato il primo stupore, restano soprattutto due pensieri. Il primo è che queste tecnologie potrebbero ridare la «parola», l'«udito» e per certi versi la «vista» a persone affette da gravi malattie o handicap. Cosa indubbiamente meravigliosa. Il secondo è che collegare il cervello (qualunque cervello) ad una macchina capace di leggerne i pensieri porta con sé delicatissimi problemi di privacy e un'infinità di altre questioni. Comprese quelle sulle quali non abbiamo ancora ragionato, perché riteniamo certe invenzioni così lontane che il nostro pensiero non le considera.
Eppure la cosa più importante che ha detto Regina sul palco di Facebook 8 è un'altra e strettamente collegata alla frase precedente. E cioè che queste tecnologie cominceremo già a vederle fra due anni.
Settecentotrenta giorni passano in fretta. Forse è il caso che, oltre a «fake news» e «odio in Rete», si cominci a discutere molto seriamente del rapporto tra uomo e macchine. E di quali paletti vogliamo e dobbiamo fissare.
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