venerdì 20 gennaio 2017
Tutti ci portiamo dietro, dal passato, una quantità di domande senza risposta, che non di rado ci tengono ancora sotto sequestro. "Ah! Perché è andata così? Perché le cose non si sono svolte in un altro modo?". Deve però arrivare il momento in cui abbandonare simili domande: quel che è stato è stato. Se ci perdiamo a trapanare ossessivamente il passato, perdiamo la possibilità di accogliere la novità di grazia che ci trasforma nel presente. Il giudizio sul passato non è la cosa più importante, contrariamente a quanto noi pensiamo. L'importante è questa opportunità di vita che il Signore concede a ognuno di noi e che egli vuole che, a nostra volta, noi concediamo a noi stessi e agli altri. Sono inutili i regolamenti di conti che si trascinano nel tempo, o le interminabili lamentele sulle cose mal risolte. Il rischio è che la vita diventi, ancor di più, una preda in una foresta di fantasmi. Il passato è passato. Mi piace pensare a un'immagine suggerita da Paolo nella Lettera ai Filippesi: «So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta» (Fil 3,13-14). Il gesto di dimenticare, di lasciar quel che è stato dietro di sé, è un gesto spirituale necessario. Esiste un passato che condanna e, se non ce ne distanziamo, se non facciamo quel salto che la fede esige da noi, non saremo capaci di ricominciare.
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