mercoledì 8 gennaio 2003
La religione, oppio del popolo. Perché a chi pativa dolori, umiliazioni, malattie, schiavitù prometteva una ricompensa nella vita dopo la morte. Nella trasformazione a cui stiamo assistendo può accadere l'inverso. Il vero oppio del popolo è credere nel nulla dopo la morte. Dà un sollievo enorme l'idea che per le nostre infamie, misfatti, vigliaccherie e assassinii non saremo giudicati. Nonostante sia stato premiato col Nobel nel 1980, Czeslaw Milosz, scrittore polacco, nato nel 1911 in Lituania e vissuto prevalentemente negli Usa, non è un autore molto noto. Sto leggendo una sua raccolta di pensieri da poco edita da Adelphi col titolo Il cagnolino lungo la strada e m'imbatto in questa considerazione sferzante. Altro che religione "oppio dei popoli", come diceva il vecchio Marx; oppio è l'illusorietà " sparsa a larghe mani dal consumismo e dall'immoralità contemporanea " che non debba esserci giudizio sulle nostre azioni. Come scrive Milosz, si è ben lieti e sollevati sapendo che tutte le infamie, le violenze, le vigliaccherie, le porcherie che perpetriamo non avranno punizione. Questa condizione di impunità è una sorta di droga che ti annebbia la coscienza e ti lascia la mano libera per ogni azione, anche la più truce e vergognosa. Certo, la religione non è solo quella del giudizio. Ma non sarebbe male se si ritornasse a ribadire il Decalogo, se si riaffermassero i confini tra bene e male, se si parlasse ancora della giustizia divina. Il nostro scrittore Antonio Baldini comparava la religione a una "mentuccia d'orto" per cui è "sempre un gran conforto". Ma essa è anche e soprattutto impegno severo, è inquietudine dell'anima, è coerenza esigente.
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