mercoledì 7 febbraio 2007
Perché non hanno il coraggio di appartenere alla natura umana, pensano di essere della grazia divina. Perché non hanno il coraggio di vivere nel tempo, pensano di essere ormai penetrati nell"eterno. Perché non hanno il coraggio di essere nel mondo, pensano di essere in Dio. Perché non amano nessuno, pensano di amare Dio.Sono parole aspre queste di un intenso poeta spirituale com"è stato Charles Péguy (1873-1914). Esse colpiscono una certa religiosità venata di ipocrisia, una sottile lebbra interiore che intacca molte persone che sono orgogliosamente convinte di essere spiritualmente esemplari e perciò si rinchiudono altezzosamente in se stesse, nelle loro opere, nella loro dignità conclamata. Il pensiero corre al fariseo della celebre parabola di Luca (18, 9-14). La caratteristica che il poeta francese sottolinea è tipica di questa sindrome spirituale.Si è ormai così convinti di essere nella pienezza divina da disprezzare tutto ciò che appartiene al basso mondo, agli altri che arrancano sulla via della virtù. L"illusione è  quella " come ancora dice Gesù nella parabola evocata " di non essere «come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri» perché si digiuna, si prega, si vive tra le cose sacre e si ama Dio. In realtà costoro, «perché non amano nessuno, pensano di amare Dio». Freddi cultori di una religiosità arida e formale, non sanno che non basta dire: «Signore, Signore!», ammantarsi di incenso e proclamare verità sante per essere autenticamente con Dio e in Dio. La strada è, invece, quella della fedeltà quotidiana accanto ai miseri, nel servizio fraterno, nella fede semplice e pura. Siamo, dunque, vigili contro questa malattia dello spirito che può insidiare la nostra religiosità.
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