domenica 22 ottobre 2017
IBarbelioti sono un popolo molto religioso. Troppo religioso, perfino. Ce ne accorgemmo quasi subito. Il benvenuto che ci avevano dato non ci era specialmente riservato. Per loro, ogni visitatore – e non solamente un apostolo – porta un dio. Anche se il visitatore fosse ateo, non farebbe alcuna differenza. E se anche si trattasse non di un essere umano, ma di una scimmia, o di una tartaruga, sarebbe perfino meglio: chi non ha parola resiste di meno al loro ventriloquio mistico. Per i Barbelioti il miglior supporto per una divinità è comunque la materia inerte. Lo si è visto in quel palazzo, dove tutti i muri e i mobili erano figure tutelari, e sulla strada lastricata di facce che ci aveva condotto in quel luogo. Il Barbeliota inciampa su una pietra? Subito gli abbozza bocca, occhi e orecchie (soprattutto orecchie molto grandi): quella pietra è una divinità; prova ne sia che ha rischiato di farlo cadere; bisogna dunque assicurarsi i suoi favori. In queste condizioni, le immagini sacre di fratel Ugo non potevano che scatenare una fascinazione irresistibile. Rappresentavano la faccia di Gesù nello stile “amore misericordioso” : un bell'uomo giovane dagli occhi azzurro chiaro, i capelli lunghi, la testa teneramente inclinata e la mano leggermente tesa in una profusione di colori pastello. I Barbelioti riconobbero immediatamente in quelle immagini dei feticci di grande potenza. Si batterono per averle. Spiegammo e rispiegammo che quel giovane uomo era il Dio della carità; credo che ci scappò anche il morto… Bisogna però riconoscere loro una certa delicatezza: nel furore della rissa, tra sopracciglia spaccate e ossa spezzate, le immagini sacre rimasero perfettamente intatte e il “Gesù” raffigurato continuava a guardare il mondo con la sua dolcezza mielosa e impassibile. Ciascun vincitore si portò la sua immaginetta a casa dove raggiunse le divinità di altari già sovraccarichi. Ho censito una media di cinquantatré divinità domestiche per ogni Barbeliota. E dunque il Barbeliota passa la maggior parte della sua giornata a spolverare, lavare e far risplendere i suoi dei, un dio pulito è molto più efficace. Prepara loro anche qualcosa da mangiare (ho visto una bistecca sotto l'immagine della divina misericordia, e, mi son detto, è già qualcosa, almeno non si tratta di sacrifici umani). Soprattutto li prega, certamente. O piuttosto si sforza di farli andare d'accordo, perché gli dei, quando sono tanti, sono gelosi gli uni degli altri, e disgraziato il fedele che si trovasse preso in mezzo alle loro dispute! La preghiera del Barbeliota consiste principalmente nel far comprendere agli dei che egli non fa preferenze e che li serve tutti ugualmente, con lo stesso fervore. È una cosa che prende tempo. Ma, una volta finita la giornata, che gioia sentirsi assistito da tante divinità! Non c'è alcun tempio nella città dei Barbelioti. Ma c'è una discarica. Quando un dio non dà più soddisfazione, lo si getta. Il mucchio si erge alto quanto una cattedrale: tra gli innumerevoli cocci, si vedono, occhi, bocche e orecchi in perdizione. Questa distruzione degli idoli tuttavia non era un buon punto di partenza per tirarli fuori dall'idolatria. La discarica degli dei è a tutti gli effetti ancora un dio, forse più forte di tutti. Il solo, in ogni caso, che sia oggetto di un culto collettivo. Gnad è il suo nome. Ogni sera, i Barbelioti si radunano intorno a Gnad e chiacchierano, commerciano, si dedicano alle pratiche profane. Il punto è che Gnad è un dio cieco, sordo e muto. E soprattutto non vuole che lo si preghi. Un cartello è piantato in mezzo agli scarti divini: «Si prega di non pregare». Per onorarlo, non bisogna pensare a lui, ma a qualsiasi altra cosa. Dopo tre giorni passati tra i Barbelioti, credo di aver individuato due cause per la loro religiosità un po' troppo estesa: da una parte, la natura così generosa che li circonda gli risparmia, o piuttosto gli proibisce il lavoro; d'altra parte, non riescono ad avere figli (quei pochi bambini che abbiamo visto arrivando, erano gli unici). Allora hanno gli dei. Tentai di dimostrar loro che il concetto di un Dio infinito e onnipotente implicava che non poteva che essercene Uno solo. Aggrottarono le sopracciglia in un misto di rabbia e di disprezzo. Mi affrettai di precisare che il Dio Unico si era però rivelato in tre Persone. Questa notizia non li sollevò. Per loro eravamo atei. E ignoravamo l'esatto valore divino degli oggetti che portavamo con noi. I Barbelioti avevano presto intercettato la scimmia ladruncola del rosario di fratel Ugo, che era sembrato una specie di gri-gri meraviglioso. La grande corona di 225 grani era dunque il dio della fecondità che avrebbe permesso ai Barbelioti di avere figlie radiose e figli vigorosi. Non solo aveva la forma di un serpente che si morde la coda, ci dissero, ma soprattutto era costituito da un'infilata di piccoli testicoli e terminava stranamente con una protuberanza virile angolosa. Già alcuni Barbelioti se ne erano serviti durante l'amplesso con le loro spose, non chiedetemi come. Fratel Ugo fu preso da una collera folle: la corona donata da sua madre defunta non poteva subire un tale sacrilegio. Volle recuperarla, anche se ci avevano avvisati che riprendere il serpente della fecondità ci avrebbe reso passibili di morte: saremmo stati sepolti vivi nella discarica degli dei. E così, dopo aver strappato il rosario a quella confusione scandalosa, siamo fuggiti nella notte nera. I Barbelioti non ispiravano proprio la voglia del martirio.
(7, continua. Traduzione di Ugo Moschella)
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