venerdì 14 settembre 2018
Purtroppo si tende a parlare di scuola, di formazione, educazione e destino culturale di bambini e adolescenti solo quando ha inizio l'anno scolastico. L'ultimo numero dell'“Espresso” dedica copertina e apertura (due articoli, di Francesca Sironi e Laura Cardella) alla “Fuga dalla scuola”, segnalando che dal 1995 tre milioni e mezzo circa di studenti se ne sono andati prima del diciottesimo anno di età e del diploma. La dispersione scolastica è arrivata in media al 25 per cento degli iscritti, anche se è in diminuzione rispetto agli anni precedenti. Il maggior numero di abbandoni si segnalano in Sardegna, Campania e Sicilia, il minor numero in Umbria, Friuli e Marche. Al di là dei dati, il problema scuola viene sintetizzato con queste parole: «Serve un nuovo patto che coinvolga i genitori, i ragazzi, i docenti. Bisogna ripartire dalle fondamenta». Quali sono le fondamenta? A quanto pare sono gli esseri umani: la loro vita, il loro modo di essere e di pensare, le relazioni famigliari e sociali su cui si regge la scuola, genitori e figli, studenti e insegnanti, ma anche genitori e insegnanti. E tutti insieme di fronte a forma e contenuto della socialità di oggi. I primi a dover essere svegliati e coinvolti sono i riformatori (che fanno riforme soprattutto inutili) e gli insegnanti (quando non sanno vedere e ascoltare gli studenti). Anche l'ultimo numero della rivista “Gli asini” (54-55, agosto-settembre) dedica circa la metà delle sue pagine a pedagogia e scuola. Nel primo articolo Stefano Laffi pone una questione che sembra davvero centrale, quella dell'attuale rapporto fra adulti e giovani, reso più difficile dalla velocità con cui la “rivoluzione informatica” ha cambiato, allargandolo, il divario fra generazioni. Se l'autorità istituzionale degli insegnanti è molto meno garantita e stabile di una volta, chi insegna dovrà guadagnarsi una autorevolezza “sul campo”, nel rapporto scolastico (e umano) quotidiano e diretto. Cosa non facile. Bisogna allora chiedersi non solo come insegnare questa o quella materia scolastica, ma che cos'è un insegnante, un educatore, un pedagogo. La presenza reale di un essere umano capace di rendere vivi i processi di apprendimento serve anche a suggerire, se non a trasmettere, un'idea della vita e di come affrontarla. L'insegnante diventa educatore se fa capire che lui stesso ha vissuto e vive di problemi antichi e nuovi e non ha finito di imparare come venirne a capo. A questo punto arriva l'intoppo. Insegnanti e studenti che vogliano “fare sul serio” incontrano spesso un ostacolo: le direttive ministeriali, le ansie sociali dei genitori e quelle burocratiche dei presidi.
© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: