mercoledì 8 novembre 2017
C'è stato un momento meravigliosamente magico della storia dell'umanità quando intellettuali, umanisti, scienziati o, più semplicemente, visionari inventarono le regole degli sport. Nel 1891, giusto per fare un esempio, un docente di educazione fisica che si chiamava James Naismith e insegnava allo Springfield College in Massachusetts, ebbe l'incarico di inventare un gioco che intrattenesse gli studenti durante i mesi invernali. Era necessario che fosse praticabile al coperto, in spazi ristretti, illuminato da luce artificiale, semplice da apprendere, poco dispendioso e privo di violenza.
Appassionato di sport da sempre, Naismith era convinto che le dinamiche tipiche del football avrebbero rappresentato un serio pericolo se confinate all'interno di una palestra. Così s'ispirò a un gioco della sua infanzia, il Duck on a rock: vinceva chi riusciva a colpire con un sasso una pietra collocata in cima a un macigno. Naismith sostituì il masso del Duck con un cesto e il sasso con un pallone, conservando quell'armonia del disegno di una parabola così naturale per noi umani (quante volte ci capita di lanciare un pezzo di carta accartocciato dentro a un cestino, tentando di centrarlo da una certa distanza?). Fissò due ceste di frutta su pareti opposte della palestra e, voilà, il new game era fatto!
Chiamò quel nuovo gioco, basket-ball perché, pare, rifiutò la proposta di attribuirgli il proprio cognome. La pallacanestro di Naismith si basava su cinque princìpi fondamentali e un regolamento di tredici articoli. Attraverso dinamiche simili sono passate la boxe (sport antichissimo, ma le cui regole furono codificate da Jack Broughton nel 1743), il tennis, il calcio, la scherma e la pallavolo.
Dalle intuizioni dei rispettivi padri fondatori partì poi un'evoluzione antropologica, sia degli atleti sia delle regole. Non c'è sport che sia rimasto uguale a se stesso. Prima di tutto sono i cambiati i protagonisti: la fisicità oggi prevale sulle componenti tecniche tanto che, se una volta sport diversi si contendevano ragazzi con misure antropometriche decisamente differenti, oggi nei giovani talenti si cercano le stesse caratteristiche, fra tutte l'altezza e la forza esplosiva.
Buoni cestisti, calciatori, pallanuotisti o rugbisti ormai fisicamente si somigliano davvero molto e per distinguerli abbiamo bisogno di vederli con la divisa da gioco addosso. In generale, oggi la tecnica incide meno sulle prestazioni, mentre gli aspetti tattici sono più sviluppati e resi oggettivi dalla tecnologia.
Sono, naturalmente, in continua evoluzione i materiali: non occorre aver vinto Wimbledon o uno Slalom Gigante di Coppa del Mondo per constatare che racchette da tennis o sci di trent'anni fa non sono neppure lontanamente avvicinabili agli strumenti che si usano oggi. Infine, la quarta dimensione della prestazione sportiva: oltre alla tecnica, alla tattica e alla preparazione fisica, oggi molta attenzione è dedicata alla preparazione mentale. Sempre più spesso, negli staff dei campioni, compare lo psicologo dello sport (figura profondamente diversa dal motivatore).
Così come cambia la lingua (dall'endecasillabo al tweet) o la musica (da Mozart al rap), così cambia lo sport. Anzi, proprio come succede in natura, sopravvivono quegli sport che sanno cambiare se stessi, lasciando poco spazio alla nostalgia e accettando una sorta di mutazione genetica che permetta loro di adattarsi alla vita in un nuovo ambiente. Pensate alla pallavolo, per esempio: negli ultimi vent'anni una rivoluzione copernicana ha reso lecito addirittura il colpo di piede, il sistema di punteggio è stato stravolto, è germinata una disciplina già diventata olimpica e che oggi risplende di luce propria: il beach volley. Occorre dunque uscire dalla logica del giudizio e dalla facile tentazione del "si stava meglio quando si stava peggio".
Cambia lo sport, cambiano i ranking, cambiano i campioni che ci fanno sognare e cambia la geopolitica sportiva. Anche questa volta lo sport è latore di una splendida metafora: il cambiamento non solo è una necessità, ma è ciò che distingue gli umani e, che ci piaccia o no, sceglie fra coloro che, agli assetati in mezzo a un deserto, continuano a vendere sardine sotto sale e quelli che, invece, spillano freschissime limonate.
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