mercoledì 10 gennaio 2007
Una delle tragedie sociali del nostro tempo è stata la trasformazione di quella valvola di sfogo, in gran parte benefica, che era il pettegolezzo" Da sussurrato che era, il pettegolezzo è diventato urlato, noto alle vittime, ai carnefici e a coloro che in fondo non ne erano interessati. Ha prodotto una nuova immagine della vittima: essa non è più una persona da compiangere, perché è diventata vittima proprio in quanto famosa. Essere oggetto di pettegolezzo pubblico è parso a poco a poco segno di status sociale. Umberto Eco, da amico, mi ha inviato tempo fa con una dedica il suo A passo di gambero (Bompiani), un libro colmo di spunti interessanti, sempre pronti a colpire il bersaglio. Dal capitolo sulla «perdita della privatezza» ho scelto per oggi alcune battute su un'esperienza ormai comune, quella del pettegolezzo pubblico che è, anzi, denominato
(e si crede nobilitato) con un temine inglese ormai abituale, gossip. In realtà, come ben dice lo scrittore, non si tratta più della classica mormorazione, affidata a frasi smozzicate e alonate di ammiccamenti, ma a una pura e semplice spudoratezza conclamata e il genere del reality show ne è un emblema. Sono le stesse vittime (si fa per dire) a fomentare questi sguaiati attacchi, a rinfocolarli se corrono il rischio di spegnersi, ad abbandonarsi a sdegni omerici del tutto ridicoli per far crescere l'attenzione. La televisione, al riguardo, è stata deleteria, anche perché ha generato una folla di replicanti che si illudono di essere come i divi spettegolati, proprio ripetendone le spudoratezze, perdendo ogni dignità, con un esibizionismo truce e trucido. Si è, così, creata un'atmosfera generale di volgarità, di esteriorità, di squallore che non genera più sussulto e che inzacchera le anime di tutti, umiliando le relazioni e ottundendo le coscienze. Verrebbe voglia di dire con Amleto: «O vergogna, dov'è il tuo rossore?».
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