mercoledì 23 gennaio 2013
Foresta amazzonica, 1992. Tre missionari italiani hanno messo su una scuoletta in una capanna di legno per i bambini della tribù degli indios Yanomami. Dalla finestra vedi i ragazzi seduti ai banchi, a torso nudo come quando vanno a caccia nella foresta con arco e frecce. Quanti millenni di storia ha saltato questo villaggio, irraggiungibile nel fondo dell'Amazzonia?A sera i missionari ci conducono nella capanna più grande. Nella penombra gli occhi dapprima faticano a vedere. Poi distinguiamo grappoli di donne e bambini, accucciati sulla terra nuda. Le madri, giovanissime, hanno tutte un figlio al collo; quelli appena più grandi barcollano in passi incerti, inseguendo le galline che razzolano tra i giacigli.Ora che ci siamo abituati al buio vediamo che gli Yanomami sono molti, stretti gli uni agli altri, come a rassicurarsi nella notte nera della foresta. E ci guardano: decine di paia di occhi scurissimi ci seguono – non ostili, perché dei missionari si fidano, ma colmi di un profondo stupore. Noi, altrettanto sbalorditi guardiamo loro.È l'umanità come era in principio: e istintivamente zittiamo. Come si tace davanti a ciò che è sacro. All'innocenza negli occhi delle madri con i figli al seno; a un popolo dimenticato dalla storia, rimasto vergine, rimasto bambino.
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