venerdì 18 maggio 2018
La maggiore o minore adesione all'«attuale contesto comunicativo, caratterizzato dalla presenza e dallo sviluppo dei media digitali» (parola di Francesco), è evidentemente percepita dall'opinione pubblica come uno dei principali criteri per stabilire ciò che è al passo coi tempi e ciò che non lo è. Anche in ciò che riguarda la Chiesa. L'ultima prova in questo senso l'ha fornita la pubblicazione dell'istruzione Cor orans sulla vita contemplativa femminile. Testo ponderoso: 4 parti, 289 paragrafi, applicativo di una poco più snella costituzione apostolica, Vultum Dei Quaerere. Testo importante: del poliedro ecclesiale, la “faccia” della clausura è di quelle che non sfuggono allo sguardo, talvolta attonito, spesso ammirato, del mondo. Testo, però, normativo, quindi difficile da raccontare al vasto pubblico. Così, per indurre i lettori a interessarsene, l'unico modo era dedicare i titoli a quei 4 brevi paragrafi (dal 168 al 171) che, applicandone due della Vultum Dei Quaerere, prescrivono alle monache di clausura «sobrietà», «discrezione» e «prudente discernimento» nell'uso dei media (che si parli di quelli digitali è sottinteso). Tanto si è scommesso, sia online sia nelle edizioni cartacee, sulla capacità attrattiva di questo argomento da presentarlo addirittura secondo due letture diverse. Quelli del “passo indietro” hanno lasciato intendere che i quattro paragrafi contengano una restrizione rispetto alla prassi: ad esempio Fabio Marchese Ragona, che dalle sue “Stanze Vaticane” ( tinyurl.com/yat3zxkj ) ha titolato «Quelle suore di clausura troppo social». Quelli del “passo avanti” li presentano come un via libera, seppur cauto: «Sì ai social per le suore di clausura» era il lancio dell'agenzia Adnkronos ( tinyurl.com/yclclhwg ). Ripenso alle monache che ho incontrato in Rete in questi anni e delle quali talora ho raccontato: non mi sono sembrate né “indietro” né “avanti”. Volentieri mi sono affidato alle loro preghiere.
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