mercoledì 12 settembre 2018
Mi è già capitato altre volte di commentare qualcuno dei vari "decaloghi" che riassumono - in pochi, chiari articoli - i criteri ai quali ispirare il proprio comportamento in Rete e in particolare sui social network. Apprezzo quelli in cui l'ispirazione viene esplicitamente riportata al Vangelo. In questi giorni di discussioni intraecclesiali così vivaci mi è tornato spesso in mente quello suggerito da Aleteia lo scorso luglio ( tinyurl.com/ya7ds5qz ) e redatto, per il mondo anglofono, da suor Theresa Aleteia Noble, una religiosa paolina giovane di età ma non di esperienze di vita (anche lontano dalla fede cristiana) e di comunicazione, tantopiù in ambito digitale. Le strade che la religiosa indica vanno, in buona parte, in senso difensivo: sostanzialmente suggerisce cosa fare per non consentire ai social media di prendere il governo della nostra vita, dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti. Ad esempio, ai punti 1 e 3 spiega perché non seguire le persone arrabbiate, al punto 6 raccomanda di prendersi delle pause, annuali ma anche quotidiane, e al punto 8 consiglia qualche app per contrastare i rischi di dipendenza. Ve ne sono poi quattro che tirano direttamente in ballo il vissuto di fede, e sono quelle che più mi sono rimaste in mente e nel cuore. In ordine di radicalità: al punto 5, in caso di una nostra «rabbia superflua», ci manda direttamente a confessarci, per poi evitare le successive tentazioni. Al punto 9, immagina che una nostra preghiera per una persona possa sostituire la relazione online che, seguendo l'istinto, avessimo rifiutato. Al punto 2 propone la visibilità dei frutti dello Spirito Santo (quelli elencati nella Lettera ai Galati) come metro per decidere quali persone seguire e quali no. E infine il più radicale, il 10: «Prima di postare qualcosa chiedetevi: "È così che Dio vuole che agisca?" Se la risposta è negativa, cancellate e andate avanti con la vostra giornata».
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