Ho rivisto uno straordinario animale: la squadra
mercoledì 3 ottobre 2018
Ho passato 25 anni della mia vita, in ruoli diversi, all'interno di organismi viventi dal nome affascinante e pericoloso: squadre. Nello specifico squadre di uno sport altrettanto affascinante e pericoloso, non per il rischio di infortuni o violenze, ma perché crea una sorta di dipendenza dalla quale diventa difficile separarsi: la pallavolo. Ho fatto un giro lungo che mi ha visto partire da un oratorio per poi regalarmi la gioia di allenare per 11 anni Squadre Nazionali (la Finlandia prima, poi l'Italia). Quell'organismo, quell'animale, l'ho studiato per bene, in contesti molto diversi. Si è impossessato della mia persona, mi ha fatto piangere di gioia e di dolore. Ho nutrito quell'animale (e me ne sono nutrito) in una sorta di cannibalismo rituale al quale ho dedicato esattamente la metà della mia vita, che sarebbe la quasi totalità della mia vita adulta. Il 12 agosto del 2012, giorno in cui io, il mio staff, i miei atleti (quell'organismo nel suo complesso, dunque) riportammo la nostra Nazionale su un podio olimpico è stampato in maniera indelebile nel mio cervello. Poi quell'organismo ha incominciato a divorare se stesso, come in quelle patologie autoimmuni in cui il corpo attacca le proprie cellule, non quelle malate, ma quelle sane. Sono stato fuori, non ho più visto né scritto di pallavolo, ho percorse altre vie.
Ora mi occupo di un'altra disciplina sportiva con ambizione olimpica, il tiro con l'arco. I percorsi della vita sono però imprevedibili e anche quando tu, da qualcosa, preferisci stare lontano, riuscirci non è così scontato. In questo caso, semplicemente, è successo che la pallavolo abbia disputato il Mondiale maschile in Italia e le finali proprio a Torino, la mia città. Non ho visto nessuna partita dal vivo, ma molte alla televisione. Ho assistito, da spettatore, al disegno di due parabole inverse che hanno risvegliato quell'animale che avevo volutamente spedito in letargo tre anni fa, il giorno delle mie dimissioni da ct dell'Italia. Ho rivisto dinamiche che conosco bene: la forza devastante del sentirsi squadra, del credere in un progetto, dell'affidarsi incondizionatamente al proprio compagno, al proprio allenatore, al proprio staff. Ho rivisto un animale che sa essere docile, tenero nello stringersi in un abbraccio collettivo dopo ogni punto, per poi essere pronto a dimostrarsi aggressivo, con il fuoco negli occhi e nel cuore, per guardare dall'altra parte della rete e dimostrare, con l'atteggiamento, le proprie intenzioni.
Ho visto la storia straordinaria di un campione vero, uno che era stato buttato fuori da quell'organismo, per qualche forma di egoismo che mal si combina con la pallavolo, quando ne era l'atleta più rappresentativo, ma che è stato capace di cambiare, sia nel ruolo in campo, sia nell'atteggiamento, mettendosi completamente a disposizione della sua squadra e, non a caso, è diventato campione del mondo. Già, perché quell'organismo l'ho rivisto pulsare dentro alle maglie biancorosse della Polonia e quel campione è Bartosz Kurek. Lui, testimonial del Mondiale 2014 disputato proprio in Polonia, aveva la sua faccia stampata ovunque, su tutti i manifesti che pubblicizzavano l'evento. Poche settimane prima dell'inizio il suo coach lo escluse dalla squadra. Non ci fu neppure il tempo di toglierlo, da quei manifesti. La Polonia vinse il Mondiale, senza di lui, di fronte a decine di migliaia di tifosi polacchi in estasi. Lui, un passo alla volta, incominciò proprio lì (in silenzio e allenandosi) il percorso che lo ha portato fino all'ultima palla attaccata domenica sera, quella che è valsa il nuovo titolo mondiale e il premio di miglior giocatore della manifestazione. «Gli individui in uno sport di squadra non contano se non si forma un'alchimia perfetta. Se ragioni individualmente hai già perso», ha detto Kurek con il premio ancora in mano.
Ho riconosciuto di nuovo il battito cardiaco di quell'organismo, mi sono emozionato e anche arrabbiato, al pensiero che tante volte siamo ingannati da una visione di superficie fatta di comparsate televisive, fotografie senza maglietta per riviste "patinate", urla a favore di telecamere, coreografie in mezzo al campo, mani portate alle orecchie per scatenare le urla del pubblico, gel, tatuaggi, sponsor personali e post sui social. La lezione è che c'è chi lavora per se stesso e chi lavora per la squadra. C'è chi vince nel presente e riesce a lavorare per il futuro e c'è chi, sconfitto, getta anche diserbante sul futuro. Parafrasando un mio illustre collega, Julio Velasco, c'è chi vince e festeggia e c'è chi perde e va in tv a fare cabaret.
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