Gli intellettuali secondo Edith Stein: umili custodi della conoscenza
venerdì 30 ottobre 2015
Possono gli intellettuali essere una guida utile per coloro che non lo sono? In una conferenza del 1930 il problema venne affrontato da Edith Stein (1891-1942), allieva di Husserl, ebrea convertita al cattolicesimo e dal 1934 monaca carmelitana, morta nel lager di Auschwitz, santificata nel 1998 da Papa Wojtyla. Nel suo pensiero la Stein riuscì a far convivere senza forzature la fenomenologia del suo maestro con la teologia morale neoaristotelica di Tommaso d'Aquino. Il testo di questa conferenza è ora riproposto da Castelvecchi col titolo Gli intellettuali, preceduto da un'ampia introduzione di Angela Ales Bello. La Stein non parte dall'idea di società moderna come aggregato strutturale di produzione economica e di potere statale, risale invece al rapporto premoderno fra individuo come "microcosmo" e comunità sociale organica. Un tale anacronismo ha tuttavia dei vantaggi. Il titolo originale del suo discorso è "L'intelletto e gli intellettuali" e indica la priorità di una nozione filosofico-antropologica (nonché teologica e metafisica) di intelletto, rispetto a un'ottica sociologica. Prima di essere gruppo, élite, ceto, ruolo pubblico e sociale, gli intellettuali sono (dovrebbero essere) individui caratterizzati dalla vocazione alla conoscenza nei suoi livelli materiali e pratici e in quelli che «innalzano a verità superiori». Il riferimento a Tommaso d'Aquino diventa perciò chiarificatore. Nelle funzioni conoscitive c'è un livello razionale e un livello intuitivo e contemplativo: «Al massimo delle sue prestazioni – scrive la Stein – ogni movimento di conoscenza mira al quieto guardare la verità». Senza un «balenare della verità», che il lavoro razionale fa diventare «patrimonio duraturo», i processi logici non avrebbero contenuto e fondamento. È a questo punto che interviene il volere, la «libera decisione della volontà a favore o contro», senza la quale il puro conoscere non realizza quell'incontro reale con la cosa conosciuta che provoca un cambiamento sostanziale in chi conosce. «Ciò che caratterizza l'intellettuale è che egli vive nei problemi, si sente a casa in ciò che è teoretico, l'intelletto è il suo autentico campo d'azione». In questo senso «l'applicazione pratica non è suo compito» e «la filosofia non può essere definita una guida». Eppure, senza per questo diventare dei politici, gli intellettuali non devono trattare nessuno «dall'alto in basso», devono diventare umili: «Il prete, il medico, l'insegnante e così via» devono custodire la conoscenza più alta, ma parlando, sentendo e pensando «in mezzo al popolo».
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