martedì 17 gennaio 2006
Penso che potrei andare a vivere con gli animali, sono così placidi e dignitosi; sto a guardarli a lungo. Non sudano e non piagnucolano sulla loro condizione, non giacciono svegli nel buio" Nessuno è scontento, nessuno è ridotto alla follia dalla mania di possedere cose, nessuno s'inchina a un altro" Oggi, festa di s. Antonio abate, in non pochi paesi e in qualche città si ripete la tradizionale benedizione degli animali. Anch'io nel mio appartamento ho un bel dipinto secentesco con un s. Antonio in compagnia di un robusto maiale, mentre legge le S. Scritture immerso in un paesaggio poco consono al deserto della Tebaide. Nella mia famiglia c'è sempre stato un gatto, rimpianto dalle mie sorelle in morte e subito sostituito da un altro felino. Confesso di aver provato anch'io quello che diceva Montaigne della sua gatta: quando giocavo col gatto di casa non sapevo se si divertisse più lui o io" Gli animali maestri dell'uomo è una costante delle favole (si pensi a Esopo, Fedro e La Fontaine). Ce lo ripete anche il poeta americano Walt Whitman nelle sue Foglie d'erba, esaltando le virtù di quelle che sprezzantemente chiamiamo bestie. Esse non sono corrose dal tarlo dell'orgoglio che spinge al successo, alla carriera, al potere, lasciandoti spesso scontento e amareggiato. Non sono travolte dalla smania del possesso e dell'accumulo che corrompe le relazioni umane. Non sono ipocrite, asservite per interesse, false, ingannevoli. Detto questo con umiltà (e quindi con rispetto per queste creature di Dio), bisogna però riconoscere la dignità dell'uomo che sa percorrere vie più alte fino a raggiungere il divino, che ha in sé anche la coscienza di peccare che è un segno di grandezza, con buona pace di Whitman che, nella sua lode degli animali, aggiungeva: «Non piangono sui loro peccati e non discutono dei loro doveri verso Dio».
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