Giorgio Agamben: tra inno ed elegia, ecco la poesia di Patrizia Cavalli
sabato 10 aprile 2010
Fra le tante cose che credo di capire e le molte altre sulle quali non finirei di riflettere, trovo nei saggi di Giorgio Agamben raccolti
in Categorie italiane (Laterza, nuova edizione aumentata) un breve, ammirevole scritto dedicato a Patrizia Cavalli. Qui Agamben illustra una duplicità di tensioni che definisce «la lingua della poesia come un campo di forze» in cui entrano in contrasto l'inno («il cui contenuto è la celebrazione») e l'elegia («il cui contenuto è il lamento»). Riprendendo un'idea di Mario Luzi, secondo cui la nostra poesia del Novecento è prevalentemente elegiaca, Agamben ricorda le eccezioni e le deviazioni: se al centro del canone novecentesco la critica ha collocato l'ortodossia elegiaca di Montale («tutta tessuta sulla felicità negata e sulla privazione»), una rimossa e misconosciuta tendenza all'inno appare invece in Campana, Rebora, Penna, Betocchi, Caproni, Amelia Rosselli.
«Dove situare, in questa corsiva mappatura, la poesia di Patrizia Cavalli?» si chiede Agamben: «Certamente fuori dall'ortodossia elegiaca, ma dove?». Tra l'osanna dell'inno e il miserere dell'elegia, nella lingua poetica della Cavalli non è possibile distinguere: «La celebrazione si liquidifica in lamento e il lamento si fa immediatamente innodia». Nella sua «sapienza prosodica stupefacente», fatta di sconnessioni metriche e di fluidità sintattica, la poesia di Patrizia Cavalli configura un'ontologia al di là della psicologia, trasferendo un io «idiosincratico fino alla monomania» in un «paesaggio etico primordiale» dove non c'è posto per la soggettività: e la lingua, non più inno né elegia, «nel suo sonnambolico incedere, tocca e palpa i contorni esatti dell'essere».
Quello di Agamben sulla Cavalli è uno scritto di appena due pagine. Eppure nessun poeta italiano di oggi, credo, ha avuto il meritato privilegio di una lettura poetologica e speculativa così rivelatrice.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: