sabato 13 gennaio 2007
Il futuro è come il paradiso: tutti lo esaltano, ma nessuno ci vuole andare adesso. Devo questa curiosa considerazione - difficile, comunque, da smentire - a un afro-americano che è ospite di una famiglia di amici e che la cita dall'opera intitolata Nessuno sa il mio nome di uno scrittore come lui nero e statunitense, James Baldwin (1924-1987), cantore dei diritti civili, delle minoranze, della spiritualità biblica del quartiere di Harlem a New York e dei ritmi del blues. C'è una verità indiscussa in queste parole. Si parla tanto bene del paradiso, si esalta un altro mondo più giusto, si attende un anno migliore del precedente, ma a buon conto si rimane ben piantati nell'oggi, negli interessi codificati, nel piccolo orizzonte consueto, nelle abitudini incrollabili. Intendiamoci bene: è pericoloso vivere di illusioni, tenendo la mente e il cuore protesi solo in un futuro evanescente. Può, infatti, nascere una sorta di alienazione che ci fa dare le dimissioni nei confronti del presente (e talora una religiosità mal intesa ha prodotto effetti di questo genere). Ma è altrettanto rischioso spegnere ogni desiderio, eliminare ogni progetto, demolire ogni utopia, castigare l'attesa, piombando in un truce realismo, fatto solo di calcoli e vantaggi immediati. È, questa, la scelta della persona gretta ed egoista, della società senza grandi idee, della politica che si accontenta della gestione dell'immediato, della pastorale che ignora i valori ultimi e, quindi, anche l'oltrevita e il paradiso. Detto con le parole di un altro scrittore americano, Oliver Wendell Holmes, vissuto nell'Ottocento, «la cosa più importante nella vita non è tanto dove stiamo ma in quale direzione stiamo andando».
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