sabato 5 agosto 2017
La tutela della vita, sempre. Riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia. Tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli. Sono i princìpi non negoziabili, così come li enunciò Benedetto XVI il 30 marzo del 2006. Tutti, o quasi tutti, li ricordano e sanno citarli. Pochissimi però, soprattutto fra quanti ciclicamente fingono di porsi la domanda, retorica, su «che fine abbiano fatto i princìpi non negoziabili», ricordano quel che papa Ratzinger aggiunse immediatamente dopo averli riaffermati: «Questi principi non sono verità di fede, anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l'umanità. L'azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Al contrario, tale azione è tanto più necessaria quanto più questi princìpi vengono negati o mal compresi perché ciò costituisce un'offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia stessa».
Una specificazione assolutamente centrale. Vero cuore rivoluzionario di quel discorso, col suo sottrarre temi così cruciali alla perenne tentazione di farne bandiere confessionali, da sbandierare in opposizione ad altre, per affidarli invece all'intelligenza dei credenti nella ricerca del possibile, dovuto confronto positivo su di essi. Un confronto da riportare sul piano dell'antropologia, unico terreno di dialogo possibile col mondo per non restare prigionieri di contrapposte ideologie. Oggi, all'indomani della triste vicenda del piccolo Charlie, vale la pena, eccome, di ritornare su quelle parole. Perché con cristallina chiarezza – non la prima in assoluto, ma di sicuro la prima con risonanza planetaria – si è vista la Chiesa intera muoversi, rispetto a quel dramma, nel solco tracciato da Benedetto e secondo lo stile di Francesco.
Senza mai, neppure per un minuto, nascondere o silenziare l'«ulteriore luce e conferma» provenienti dalla fede, gli interventi dei vescovi e dei laici inglesi, quelli della Santa Sede e del Papa in prima persona, e tutti gli altri che sulla questione sono stati interpellati in varie parti del mondo, compreso il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, sono sempre stati protesi alla ricerca del confronto utile e possibile. Si sono battute le strade della scienza, della diplomazia, della solidarietà, si sono cercate e trovate alleanze alla ricerca tenace di soluzioni praticabili nel concreto. Si è rifiutata la logica degli anatemi reciproci, dell'inutile alzare sempre di più la voce riducendo tutto a una cacofonia incomprensibile. Perché, appunto, non si trattava di una battaglia tra “valori cattolici” e “valori laici”, ma di dare risposta a qualcosa che, appunto, «è iscritto nella natura umana stessa». Il comunicato rilasciato dall'ospedale “Bambin Gesù” lo scorso 25 luglio e, in questo senso, paradigmatico.
Certo, oggi più d'uno dice che non è servito. Che è stato un fallimento. Ma come non ricordare che, alla fine, la forza vera e dirompente del cristianesimo passa attraverso il più scandaloso dei fallimenti umani, la croce? Chiunque abbia avuto l'opportunità, e la voglia, di seguire l'evolversi di questa storia dolorosa anche sulla stampa internazionale, sa che dopo Charlie Gard niente sarà più come prima. E no, non cambierà quello che è stato, ma potrà cambiare il futuro. Una legge e una medicina che paralizzano sulla strada di una cura incertissima ma possibile non sono amiche e giuste. Il mondo lo ha visto bene.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI