venerdì 28 settembre 2007
Quand'ero bambino, lessi questa vecchia leggenda ebraica: «Dinanzi alle porte di Roma sta seduto un mendicante lebbroso e aspetta. È il Messia!». Mi recai da un vecchio e gli chiesi: «Che cosa aspetta?». E il vecchio mi dette una risposta che capii solo molto più tardi. Egli mi disse: «Aspetta te!».
Così, nei suoi Sette discorsi sull'ebraismo, il filosofo e scrittore ebreo austriaco Martin Buber (1878-1965) descriveva in modo suggestivo il Messia. Due sono i tratti che impressionano e che sono in sintonia con lo stesso messaggio cristiano. Il Messia non veste i panni regali del discendente davidico e non è più a Gerusalemme; egli è, invece, uno dei tanti poveri e sofferenti che affollano la capitale dell'impero. Ricordiamo quella sorprendente dichiarazione di Cristo: «Tutto quello che avrete fatto anche a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Matteo 25, 40). Il Messia si cela dietro i lembi cadenti degli ultimi della terra.
Ma c'è un'altra indicazione significativa nel testo di Buber: non siamo tanto noi ad attendere il Messia ma è il Messia che aspetta noi. Egli è quasi in agguato ai crocevia delle strade della storia; è in paziente sosta mentre gli uomini corrono come in un formicaio e la sua attesa è per un incontro personale. Già s. Paolo, citando il profeta Isaia, si stupiva di queste parole del Signore: «Io mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano; ho risposto anche a quelli che non mi invocavano» (Romani 10, 20). Il Messia cristiano è crocifisso, non può quindi muoversi ed è lì nei secoli ad aspettare ogni persona per un incontro che trasformi la vita e il cuore.
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