Agricoltori e pastori: ogni zona abbia una vocazione produttiva
domenica 20 marzo 2016
Dall'inviato a Baradili (Oristano)Ogni territorio, una vocazione. La Sardegna del domani potrebbe essere un mosaico di distretti, in grado di valorizzare le specificità nate a diverse latitudini. «Tra Alghero e il Cagliaritano, potrebbe prendere forma il distretto dell'olio, al centro dell'isola quello del formaggio ovino – spiega Luca Saba, direttore della Coldiretti regionale –. In Spagna hanno fatto così e il piano di "zonizzazione" ha funzionato». D'altra parte, qui ci sono 1,5 milioni di persone e 3 milioni di pecore. Riuscire a raccontare in modo unico il rapporto tra l'uomo e il suo ambiente naturale è un fattore determinante, anche in prospettiva turistico-culturale. «Pensi alla figura del pastore, da molti inutilmente bistrattata. Non solo resiste, ma si evolve e diventa sempre più strategica per conservare e presidiare il territorio, innanzitutto contro i rischi di spopolamento».Per ridare un'anima a tanti territori, il viaggio alle origini dell'agricoltura e dell'allevamento made in Sardegna è dunque necessario, anche per scoprire come è andato modificandosi uno dei simboli dell'isola. Il pastore ormai è diventato un imprenditore, capace di quadruplicare la produzione ricavata dalla pecora sarda: adesso però occorre un salto di qualità nei servizi offerti al settore primario. Si va dall'elettrificazione rurale, visto che manca concretamente la luce in molte stalle, alla più generale infrastrutturazione, necessaria per completare la trasformazione del comparto e renderla più efficiente.«Difficoltà come quelle che riscontriamo nell'export – continua Saba – sono dovute alla mancanza di capacità nel fare sistema tra soggetti diversi. C'è ancora una scarsa capacità nel mettere a fattor comune le nostre risorse e a risentirne per primo è lo spirito cooperativistico, complessivamente assente». Per vincere in un contesto altamente competitivo, bisognerebbe anche sapersi distinguere nella qualità e nell'offerta dei prodotti, ma il percorso da fare in questa direzione rimane lungo, almeno finché non cresceranno le risorse destinate all'internazionalizzazione. «Troppa frammentazione non va bene, anche se negli ultimi anni il sentimento di appartenenza alla categoria dei coltivatori diretti e la domanda conseguente di rappresentanza sociale si sono accresciuti, con benefici per le nostre comunità».Il riferimento è al Movimento dei pastori sardi, che ancora c'è e che per una certa stagione sembrò dover destabilizzare il settore e il suo rapporto con la politica. «Abbiamo la presunzione umile di dire che, quando le cose funzionano, non ci sono spazi per contestazioni facili e demagogia – spiega il numero uno di Coldiretti Sardegna –. Nello stesso tempo, chiunque voglia aprire un'attività agricola, e sono stati molti i giovani che ultimamente hanno fatto questa scelta, deve sapere che la nostra scommessa per il futuro è quello della qualità». Sull'isola ci sono milioni di ettari ancora disponibili per i campi e il vero "petrolio" del futuro, dicono da queste parti, sarà la produzione di cibo. «Dovremo farci trovare preparati, rimanendo noi stessi: sveglia la mattina presto, sabati e domeniche impegnati e molti sacrifici, come hanno fatto i nostri padri. Il mestiere del pastore è un mestiere difficile. Per questo dobbiamo ristrutturare la filiera e puntare le nostre carte sulla creazione di valore aggiunto. I primi benefici saranno proprio per questo territorio, che noi abitiamo da sempre».Diego Motta
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