Thiel, la paura dell’Anticristo e la risposta della Chiesa

L’Anticristo di Thiel, il Documento della Commissione Teologica Internazionale e la risposta che viene dall’innovazione Armonica
March 10, 2026
Thiel, la paura dell’Anticristo e la risposta della Chiesa
Si sa: tutte le strade portano a Roma. Non è casuale, quindi, il singolare incrocio di eventi di cui essa è palcoscenico nel volgere di pochi giorni. Non è facile riassumerlo. Riguarda questioni decisive ai fini di una consapevole lettura dei nostri tempi. Sarà necessaria un po’ di pazienza nella lettura.
Dal 15 al 18 marzo Peter Thiel parlerà nella capitale italiana. Tre ore al giorno. Per quattro giorni. Platea selezionata. Cellulari banditi. L’argomento è l’Anticristo. Il luogo è segreto. Non è fiction. Thiel è sconosciuto al grande pubblico. Eppure, è la persona che più di ogni altra – forse – sta provando a plasmare il futuro tecnologico, democratico, politico e culturale dell’Umanità. Fondatore di Palantir. Finanziatore di Donald Trump. Mentore e sponsor di JD Vance. Investitore delle principali tech company globali. Fine intellettuale. A tratti indecifrabile. Contorto, confuso ed irrisolto, per alcuni. Doppio dottorato in Filosofia e in Legge a Stanford. Allievo di René Girard. Portatore di una — dal nostro punto di vista non condivisibile — visione di futuro disperata e disperante, fondata su un’analisi rigorosa — questa sì, invece, in larga parte condivisibile — della profonda eterogenesi che dall’Era dei Lumi ha condotto all’Era dell’Illuminismo Oscuro. Fiero e convinto oppositore dell’ideologia woke. Peter Thiel non crede che l’Umanità possa essere redenta: né sul piano spirituale, né su quello civile. Ogni limite — ideologico e tecnologico — è stato superato. Postula, perciò, la necessità di superare le forme classiche di governance — democrazia, stato di diritto, welfare, etc. — a vantaggio di una ristretta superplutocrazia in cui dovranno saldarsi e concentrarsi illimitati poteri politici, finanziari e tecnologici, con l’obiettivo di sorvegliare e custodire l’Umanità dall’avvento dell’Anticristo. Che Thiel identifica in chiunque opponga un limite al progresso illimitato.
Undici giorni prima, il 4 marzo, la Santa Sede pubblicava invece “Quo vadis, humanitas?”, il documento della Commissione Teologica Internazionale, che si incarica di leggere e orientare le grandi sfide di transizione dei nostri tempi. Su questo giornale ne sono già apparsi due lucidi commenti. Roma, marzo 2026, due visioni del destino dell’Umanità. Una arriva dalla Santa Sede, l’altra da San Francisco. Per capire ciò che il documento della CTI propone — e implica — occorre un passaggio preliminare. Non è possibile, in questa sede, offrirne una sintesi esaustiva. Ciò che è, invece, necessario è evidenziare la chiave ermeneutica che lo attraversa integralmente: l’Inno Cristologico con cui si apre la Lettera agli Efesini. Uno dei vertici assoluti della teologia paolina, e forse dell’intera Rivelazione neotestamentaria.
«Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà […] per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra […]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (Ef 1,3-5.10.14)
Il verbo con cui Paolo sigilla il versetto dieci è tra i più densi e rari dell’intero corpus neotestamentario: anakephalaiōsasthai. Ricapitolare. Ricondurre all’unico Capo. Non si tratta di una dissoluzione delle differenze o di una sintesi di potere imposta dall’alto. Bensì, della restituzione delle differenze all’unità originaria. In Cristo. Ogni frammento torna alla propria radice. Ogni tensione trova il punto in cui convergere senza annullarsi, anzi compiendosi definitivamente. È il contrario esatto della frammentazione, del dominio, della sorveglianza come surrogato di Provvidenza. Tutto ciò che il documento della CTI dice su sviluppo, vocazione, identità e condizione drammatica dell’Umano non è altro che la declinazione contemporanea di questo unico programma ontologico. Al tempo stesso storico ed escatologico, immanente e trascendente. Il disegno di Dio che, nella pienezza dei tempi, riporta all’Armonia ciò che il peccato ha frantumato e che l’utopismo tecnologico e il transumanesimo vorrebbero temerariamente radicalizzare nei suoi effetti letali, ricomponendo ogni esperienza con la sola (e nella sola) potenza della tecnica.
Ecco perché l’intreccio di eventi romano è significativo. Thiel non è un miliardario con hobby apocalittici. È il teorico più consapevole e conseguente del progresso tecnologico applicato al potere. La sua ossessione sull’Anticristo nasce da una parziale – e forzata – interpretazione della legacy di René Girard, l’antropologo cattolico che ha introdotto i concetti di desiderio e violenza mimetica. Per Girard, la personalità – individuale e collettiva – si forma per imitazione dell’ambiente in cui essa nasce e vive. Desiderio e violenza (mimetici) ne sono il motore. Il mancato compimento del desiderio genera violenza. La violenza, a sua volta, cerca un capro espiatorio. Il capro espiatorio pacifica momentaneamente. Ma non redime definitivamente. Questo è l’inganno che, secondo Girard, attraversa tutta la civiltà. I Vangeli svelano e spezzano questo meccanismo. Cristo non è un capro espiatorio che subisce la violenza altrui, ma l'Agnello Sacrificale che la assume liberamente per esaurirla nell'Amore. Thiel eredita, dunque, la diagnosi di Girard — il desiderio mimetico, la spirale di violenza, l'Umanità stessa esposta al rischio di diventare vittima delle distorsioni del progresso che ha generato — ma ne rigetta la cura. Dove Girard vede nella Croce la via della riconciliazione, Thiel vede solo la necessità di accumulare potenza sufficiente a impedire che l'Anticristo scarichi sull'Umanità la violenza di tutti. Thiel capovolge, allora, nei fatti, la visione di Girard, privandola della Croce e della Resurrezione. Ovvero della Redenzione. Per Thiel restano solo due possibilità: o si guida l’accelerazione verso il baratro, o vi si precipita dentro. Ecco perché Palantir, in fondo, ambisce ad affermarsi come pseudo-teologia politica della sorveglianza e del dominio. Questa visione porta a compimento la stagione nichilista risolvendola nella logica del “minore dei mali”. In questa prospettiva convergono – inevitabilmente e fatalmente – utopismo tecnologico e misantropia sociale e democratica.
Per questa ragione la visione di Thiel ci appare disperata e disperante. E suscita perfino una certa tenerezza. Egli ha rinunciato alla possibilità che la Storia sia Redenta e “ricapitolata” dalla e nella sua Armonia originaria. Impegna ogni energia, perciò, per gestirne il collasso con il massimo di potere. Si sente investito da questa missione. E la testimonia. Quanto ci sia di autentico, non è dato sapere. Certo è che Thiel innova perché ha perduto ogni fiducia nell’Umanità e teme le conseguenze che possono derivare da questa condizione. Guarda il mondo dall’ombra oscura del “Golgota senza Risurrezione”. Vede mimetismo, violenza, cedimento. Non vede sacrificio, dono, riconciliazione. Vede il tramonto inevitabile e definitivo. Non vede l’aurora. Vede la morte incipiente. Non vede la vita. Per questo la sua risposta è distruttiva. Non perché egli sia cinico. Ma perché ha smarrito la speranza.
Il documento della CTI indica, ancora una volta, un varco nell’oscurità. Letto alla luce della chiave efesina, ogni suo passaggio rivela uno spessore che va ben oltre il saggio teologico. È il dispiegarsi del programma di “ricapitolazione” dell’Umano in Cristo contro ogni progetto di sua sostituzione tecnica e di negazione ontologica e soteriologica. Descrive quattro risposte possibili alla finitezza umana: assolutizzarla, fuggire in un infinito fittizio, venirci a patti, oppure abitarla «nella speranza di un compimento ricevuto in dono». Le tesi di Thiel si riconoscono nella prima e nella seconda opzione: il tormento di potenza e il ripiegamento verso un’immortalità immanente che il documento chiama «espressione esistenziale di una presunzione al tempo stesso ingenua e supponente». Non una liberazione. Bensì una fuga travestita da ascesa. L’Inno agli Efesini, da cui Thiel non è stato (o non riesce ad essere) raggiunto, comincia esattamente dove il suo pensiero si infrange. Sarebbe bello che Thiel trovasse la forza e il coraggio di andare oltre la prigione della propria sofferente e drammatica disperazione che gli impedisce uno sguardo luminoso e aperto alla speranza sul futuro e sulla vita.
Il cuore della risposta che la CTI fornisce a questa dolorosa inquietudine (che è di Thiel allo stesso modo di tanti altri) è una frase semplice e radicale: «Essere una persona umana, con una dignità infinita, non è qualcosa che noi abbiamo costruito o acquistato, ma è frutto di un regalo gratuito che ci precede». E di una grazia, sempre efficace, sempre presente, che ci sostiene e che si accoglie nell’obbedienza alla verità. Il sistema di Thiel sembra invece, non avere (o non voler avere) spazio per il dono, per la grazia e per la verità. Conosce solo acquisizione, strategia, posizionamento. Destino di potenza. Ansia di supremazia e controllo. La deriva neo-gnostica dell’ottimismo tecnologico e dell’ideologia Tescreal pretende di «liberare la persona dal corpo e dal cosmo materiale». Come se il limite e l’imperfezione fossero un difetto da annullare e non da guarire, oltre che la condizione stessa in cui il dono si riceve e si custodisce. La CTI risponde: questa non è eccellenza (e nemmeno eccedenza) dell’Umano. È, semplicemente, «eccezione all’Umano autentico». Paolo lo aveva già detto nella forma folgorante dell’Inno: siamo stati «scelti prima della creazione del mondo». Non ci siamo scelti. Non ci siamo costruiti. Siamo stati amati prima di esistere. Tutta la storia – tutta la tecnica, tutta la politica, tutta l’innovazione – non ha altro senso autentico che custodire e dispiegare questo dono primordiale. Che procede per compimenti successivi. Nella grazia. Nella verità. Nello Spirito Santo. Niente altro.
C’è, dunque, una parola che Thiel, inevitabilmente, farà fatica a pronunciare e declinare: armonia. Non nel senso estetico. Bensì, nel senso etico-strutturale. La capacità di abitare le tensioni senza dissolverle in sintesi di potere. Una parola che, nel suo vertice più autentico, non è sociologica né economica: è paolina. È l’eco terrena dell’anakephalaiōsasthai: il disegno che riporta le cose alla loro unità in Cristo. Attorno a questa parola – nel cuore del Mediterraneo, nelle terre che furono la Magna Grecia – si sta costruendo una visione dello sviluppo, della tecnologia e del futuro che aspira a essere un modello alternativo incarnato: laboratori di comunità, di impresa generativa, di innovazione che non separa efficienza e dignità, velocità e radicamento. Dove la tecnopolitica del contenimento lavora a valle, — quando il fiume è già in piena — questa visione lavora a monte: cambiare i criteri – su base ontologica, etica, umanistica, transdisciplinare e sapienziale – prima che i sistemi vengano costruiti nell’immagine del dominio. Questa visione si propone di costituire una terza via tra la prospettiva promossa dalla tecno-destra capitalista americana e quella della tecno-sinistra statalista cinese. Una via che affonda le radici nell’umanesimo positivo classico mediterraneo, ellenico, magnogreco, rinascimentale; nella cultura liberaldemocratica non dogmatica sorta e cresciuta nel vecchio continente; e, soprattutto, nei valori e nella tradizione del Magistero Sociale della Chiesa. Non è casuale che la visione di Peter Thiel si sviluppi intorno a Palantir — «coloro che sorvegliano» — e quella dell’Innovazione Armonica intorno a Entopan — «nell’Uno il Tutto». Superplutocrazia versus comunità di progetto e di destino. Auto-deificazione della tecnologia contrapposta all’ascesi verso il divino come vera umanizzazione. La CTI indica il criterio con cui discernere: «ogni innovazione va valutata a partire da chi rischia di essere escluso o dimenticato».
Perché la storia si fa prima nello spirito ricolmo di luce e poi si costruisce nella realtà. Prima dai pensieri di Dio e poi dai pensieri dell’Uomo. Quando viene semplicemente fatta all’esterno di questo perimetro di autenticità – come calcolo di potere, ottimizzazione di sistemi, corsa agli armamenti algoritmica – porta in sé un germe che la distrugge. Perché Dio è l’unico Signore della Storia. L’unico. Non ve ne sono altri. Non possono essercene altri. Sempre affermerà la sua Onnipotenza. Sempre affermerà la sua Signoria. È legge della Storia. La questione, allora, è più profonda. Non è sociologica. È eminentemente teologica. Riguarda il legame dell’Uomo con la propria origine. Chi è lontano da quella sorgente non può giovare davvero agli altri, perché non sa né come, né quando, né per quali vie si porta il cuore dell’Uomo verso ciò che lo compie. Non è un caso che Paolo chiami lo Spirito «caparra della nostra eredità». Non una promessa vaga e remota, ma un anticipo reale di pienezza già versato nella storia. La speranza cristiana non è ottimismo. È l’anticipazione operante dello Spirito che già abita il presente e lo orienta verso quel governo della pienezza dei tempi in cui tutto sarà ricondotto al suo Capo. Thiel, che quel Capo non riconosce (o che, perlomeno, confonde), può solo sorvegliare il frammento. Triste destino, il suo. A lui l’augurio sincero di poter essere illuminato sulla Via di Damasco. Così come avvenne a Paolo di Tarso. Anch’egli disperato fino a quanto non venne conquistato dall’Amore.
L’Armonauta, intanto, continua a navigare la sua rotta di futuro, aperta alla speranza, generativa, inclusiva e coesiva. Sperando che anche Thiel, prima o poi, possa seguirlo. Perché c’è un’unica via possibile: Cristo. Solo in Cristo l’Umanità è assunta, salvata, elevata – e mai superata dalla tecnologia. Solo Cristo è Via, Verità e Vita. Solo Cristo. Noi crediamo in Lui. E nella Madre Sua, Madre della Redenzione. In loro – e con loro – speriamo. E non temiamo alcun Anticristo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA