Se il futuro inizia a far tremare il presente

Prima della nuova guerra in Medio Oriente, un'altra scossa aveva colpito i mercati finanziari (e non solo): un rapporto dal futuro, che presagiva un crollo della ricchezza innescato dall'IA. Tanto, probabilmente troppo. Ma fa pensare
March 3, 2026
Se il futuro inizia a far tremare il presente
L’ultima settimana è stata palcoscenico di un singolare, eloquente e non accidentale intreccio di eventi dal sapore potenzialmente distopico. Un rapporto scritto dal futuro ha fatto tremare i mercati del presente. Lunedì 23 febbraio, un memo di settemila parole firmato da Citrini Research – redatto come cronaca economica datata giugno 2028 – ha contribuito a un crollo di ottocento punti del Dow Jones. Nella finzione distopica di James Van Geelen, l’intelligenza artificiale mantiene tutte le sue promesse: produttività, profitti e PIL esplodono. Eppure, la disoccupazione raggiunge il 10,2%, l’S&P 500 precipita del 38% dai suoi massimi storici, l’economia reale si dissolve. Il paradosso ha un nome sinistro: «Ghost GDP» – PIL fantasma. Produzione che si registra nei conti nazionali ma non circola nell’economia reale, perché le macchine non comprano case, non cenano fuori, non pagano mutui. I colletti bianchi – metà dell’occupazione americana, tre quarti della spesa discrezionale – vengono espulsi e precipitano nella gig economy, comprimendo i salari lungo l’intera catena. Un destino analogo toccherà in sorte alle competenze ed alla manodopera di minor rango e livello. Lo scenario (distopico) è dunque servito. Il circolo vizioso si auto-alimenta. Più l’IA migliora, meno lavoratori servono; meno lavoratori spendono, più le aziende investono in IA. Un ulteriore passo verso la definitiva artificializzazione della società.
La reazione dei mercati è stata istruttiva. È bastato un mero esercizio intellettuale per provocare vendite a cascata. Anche per il combinato disposto di altri fattori. IBM ha perso il 13% dopo che Anthropic ha annunciato l’automazione del COBOL, mercato da trenta miliardi annui. Jamie Dimon ha evocato il 2008. La rivoluzione non è ipotetica, è in corso.
Ma non è solo questione di mercati. Mentre Wall Street tremava, a Washington si consumava una rottura senza precedenti. Il Pentagono ha chiesto alle aziende di IA clausole per «qualsiasi uso legale» dei modelli. Anthropic ha posto due condizioni: nessuna sorveglianza di massa, nessuna arma autonoma senza controllo umano. Dario Amodei ha dichiarato che la sua azienda non può – in buona coscienza – accettare. La risposta è stata brutale. Il Segretario della Difesa Hegseth ha scritto su X: «Anthropic ha tenuto una master class in arroganza e tradimento». Il Pentagono ha classificato l’azienda come «rischio per la catena di approvvigionamento» (designazione riservata a imprese cinesi e russe). Trump ha ordinato la cessazione immediata di ogni tecnologia Anthropic nelle agenzie federali, compreso quel modello Claude usato nel lavoro più sensibile dell’esercito e persino nella cattura di Nicolás Maduro. Nella stessa notte del bando, Sam Altman ha annunciato l’accordo tra OpenAI e il Dipartimento della Difesa – ribattezzato «Department of War» dalla presidenza Trump – per l’impiego dei propri modelli nelle reti classificate del Pentagono. OpenAI ha accettato «qualsiasi scopo lecito», dichiarando protezioni tecniche contro sorveglianza e armi autonome. Le medesime garanzie che Anthropic chiedeva per contratto e che le sono costate l’espulsione. Altman ha scritto ai dipendenti di condividere le linee guida di Amodei. Eppure, duecento milioni sono passati da una cassa all’altra. Il New York Times lo ha definito un colpo di stato commerciale. Ma, la questione è più profonda. La tecnologia più potente del nostro tempo viene arruolata dalla logica della guerra. E chi oppone obiezione di coscienza viene trattato come nemico dello Stato. Non è casuale che giorni dopo gli Stati Uniti abbiano attaccato l’Iran. E che, nonostante la dialettica in corso, in quell’attacco siano state utilizzate le piattaforme di Anthropic. Non esiste alcun trattato sulle armi autonome, né legge sull’uso militare dell’IA. L’unico argine è la policy di un’azienda privata. Scavalcabile in una notte. Fragilità democratica allo stato puro.
Il rapporto Citrini ha, dunque, colto nel segno perché stigmatizza la contraddizione che il pensiero dominante rifiuta di affrontare. Un modello di crescita che si svuota dall’interno, una prosperità che si nutre di chi dovrebbe esserne il destinatario. È l’intuizione del magistero sociale della Chiesa. Nella Laborem Exercens, Giovanni Paolo II scriveva che il lavoro è espressione della dignità umana, partecipazione all’opera creatrice di Dio. Quando viene sottratto non per liberare ma per sostituire o dominare, si infligge una ferita ontologica. Non è un caso che Leone XIV abbia scelto il proprio nome evocando la Rerum Novarum. Come allora la Chiesa intervenne nella rivoluzione industriale, così oggi si leva la medesima urgenza. Papa Francesco ha ammonito che l’IA è «strumento affascinante e tremendo»; nel documento Antiqua et Nova si afferma che l’intelligenza diviene sapienza quando «permette di vedere le cose con gli occhi di Dio». Ogni riduzione dell’umano a variabile da ottimizzare contraddice questa vocazione.
Il punto, dunque, non è se l'intelligenza artificiale trasformerà il lavoro, la società, gli equilibri geopolitici e la storia. Lo farà, e in parte lo sta già facendo, pur essendo ancora nella sua fase embrionale. Il punto è per chi e a quale fine. Va detto che la storia economica invita alla prudenza. Nessuna ondata tecnologica ha prodotto una recessione fondata sulla distruzione permanente del lavoro. Solo il 13% dei lavoratori americani usa quotidianamente l’IA generativa. Per l’Italia la sfida è rovesciata: non l’automazione troppo rapida, ma produttività stagnante e welfare sotto pressione. L’IA potrebbe essere parte della cura, governandola con intelligenza politica. Ma che la storia non ripeta se stessa non è garanzia: è possibilità. E si trasforma in realtà solo attraverso scelte etiche orientate al bene comune.
Guardiamo i fatti, allora, concludiamo fantasma, Pentagono che arruola l’IA e punisce chi oppone limiti, denaro che premia l’obbedienza, guerra che si accende mentre il mondo discute di algoritmi. C’è un filo, nemmeno tanto sottile, che unisce questi eventi. La sete di potere. Ciò che essi rivelano è la progressiva (e sempre più definitiva) saldatura tra potere politico, economico e finanziario. Un potere artificiale. Che non può che generare valori artificiali. Futuro artificiale. Civiltà di simulacri. Il Magistero Sociale ci ricorda, invece, che il vero potere non è dominio, ma servizio. Non accumulo, ma dono. Non sorveglianza, ma custodia. Nulla è nostro. Gratuitamente abbiamo ricevuto. Gratuitamente siamo chiamati a dare. Il modello di questa sovranità che si fa lavanda dei piedi ha un solo nome: Cristo. Solo chi sa farsi servo di tutti, inchiodandosi alla Croce (ed alle croci) della Storia, è il vero potente.
L’Armonauta lo sa. Solo l’Uomo che decide di conformarsi a Cristo può servire autenticamente. Farsi prossimo senza farsi padrone. Custodire il lavoro come sacramento della dignità. Aiutare il fratello a redimersi. Perché nessun Uomo potrà mai redimere un altro Uomo da se stesso. Questa è la soglia che nessuna intelligenza artificiale varcherà mai: coscienza che sceglie, cuore che si converte, libertà che si dona, amore che salva. Amore che salva!

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