Solo grandi messe in scena della storia possono restituirci il lato umano delle guerre
A cinquant’anni dalla morte di Luchino Visconti, la Festa del Cinema gli rende omaggio con una mostra
A cinquant’anni dalla morte di Luchino Visconti, la Festa del Cinema gli rende omaggio con una mostra allestita nella magnifica sede di Castel Sant’Angelo. La sede oltre a essere magnifica è tutt’altro che casuale, perché dentro Castel Sant’Angelo Visconti, giovane e ancora timido nel primo accostarsi al mondo del cinema, seguì le riprese del film Tosca in qualità di assistente di Jean Renoir e Carl Koch co-registi (1941), poi di nuovo scelse il Castello romano per girare una scena di Senso.
Per la cura di Caterina D’Amico e Gianluca Farinelli, s’intitola Luchino Visconti e la messa in scena della storia: se pure non grande, l’esposizione è una gemma incastonata dentro la Festa. Si incentra su Il Gattopardo, ovvero su uno dei casi più riusciti nella storia del cinema (quantomeno di quello italiano) di trasposizione da un romanzo. Chi non ha amato i colori nitidi e sgargianti di quel film che Visconti decise di realizzare dopo l’enorme successo del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, con la celebre scena del ballo in cui Burt Lancaster nei panni del vecchio principe di Salina danza con Claudia Cardinale… La “messa in scena della storia” si comprende via via in ogni sala. In un teca è esposta una giubba di garibaldino, alle pareti i bozzetti dei costumi realizzati per il film. Mettere in scena la storia è arte raffinata, cui il cinema offre spazio e linguaggio, e le ambientazioni sanno essere l’ossatura principale di un film, il suo filo più lucente e trascinante. Accade così ne La bola negra di Javier Ambrossi e Javier Calvo (candidato agli Oscar per la Spagna, dopo aver vinto a Cannes il premio di migliore regia condiviso con Fatherland di Pawlikowski). Ispirato in parte a un romanzo incompiuto di Federico Garcìa Lorca, scritto poco prima di venire ucciso nel 1936, racconta la storia della guerra di Spagna attraverso tre vite di uomini legate tra loro da nessi sia intimi che politici. Ma il vero punto di forza è proprio la “messa in scena della storia”. La tensione tra repubblicani e nazionalisti durante la Guerra civile è raccontata in modo crudo, molto vivido, attraverso immagini che dalla prima all’ultima sono “vere” immagini di guerra. Vere perché umane: corpi feriti, altri corpi morti e maciullati ma ugualmente soccorsi e presi in carico da suore sempre lucide e pragmatiche di fronte a ogni emergenza. La scena iniziale, molto impressionante, è il bombardamento di un piccolo villaggio della Cantabria i cui abitanti, alzate le mani nel saluto nazista verso gli arei italiani che credono loro alleati, si vedono subito dopo drammaticamente bombardare, falciar via. Morti, feriti, la terribile verità del morire improvviso, a tradimento. Di lì, l’avvio di una tortuosa trama che tra corsi e ricorsi continua a dipanarsi in uno spazio che è invariabilmente quello della guerra. Quella guerra che non può esser raccontata senza il suo lato umano, come dice nel finale una professoressa di letteratura spagnola in una lezione universitaria ambientata nell’oggi (Glenn Close, in uno splendido cameo). Anche quel lato umano delle guerre, solo grandi messe in scena della storia possono restituircelo.
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