"Le mariage au goût d’orange": la vita per quel che è

Il film di Cristophe Onoré racconta una vicenda famigliare incastonandola in un mondo socialmente connotato, in una Francia tutt’altro che patinata
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October 21, 2026
Insieme a Changer l’eau des fleurs  di Jean-Pierre Jaunet tratto  dal romanzo di Valérie Perrin, e Le fantôme de l’Opéra di Alexandre Castagnetti (con il clamore mediatico che il film porta con sé dato il ruolo di protagonista femminile affidato alla giovane Deva Cassel), il cinema francese costella questa edizione delle Festa di Roma anche con Le mariage au goût d’orange di Cristophe Onoré, un film che riprende una pièce teatrale autobiografica scritta e messa in scena dal regista stesso. Un film che racconta una vicenda famigliare incastonandola in un mondo socialmente connotato, in una Francia tutt’altro che patinata. Un film con qualcosa di già visto, e qualcos’altro di insolito.
È il finire degli anni Settanta, d’inverno, quando in una periferia di Nantes due giovani si sposano, e la celebrazione del loro matrimonio, la lunga festa che segue alla cerimonia, diventa molto in fretta contenitore di un’ampia gamma di sentimenti che animano in modo prepotente una comunità di persone: relazioni difficili, non detti, segreti di famiglia, antiche e nuove rivalità, vecchi amori, nuovi rancori. Il tutto accade e si sviluppa in una cornice di assoluta disfunzionalità. Qui, sempre, famiglia è luogo di violenza (l’ombra di quella esercitata dal padre dello sposo è violenza soggiacente, assente ma sempre presente come un’ombra, matrice di tutte la altre malinconie, depressioni, violenze ulteriori di figli e loro congiunti). L’infanzia è territorio minacciato. I matrimoni unioni fragili sempre sul punto di spezzarsi. Il diventare adulti una strana odissea, né pesante né leggera, ma inevitabilmente protesa verso più o meno distruttive forme di disagio. Torna in mente il danese Festen di Thomas Vinterberg, sebbene qui tutto sia di una coralità semi-teatrale (l’origine del testo nato sul palcoscenico torna felicemente nella versione sullo schermo). La forza del film sta nel montaggio, e nel ritmo, un va e vieni con il passato sempre dosato e sempre illuminante. A raccontare il nucleo famigliare come un microcosmo dove vita e morte irrompono con stessa forza, urgenza, verità leggibile solo a posteriori eppure chiarissima sin dall’inizio a chi sappia decriptare i presagi. Il ritmo è sincopato da incursioni nel futuro che aiutano a capire molte sottotracce dolorose presenti nella storia. E se pure con sentimenti di disagio crescente, perché la disfunzionalità pesa, avvelena ogni anfratto di singole psicologie e relazioni, una musica costante e allegra come può essere in una festa di matrimonio fa da colonna sonora. Le violenze famigliari, per quanto ignorate, sono qui verità acquisite, le cui ripercussioni permeano le vite di tutti. Ma un soffio allegro, di quella particolare allegria che conosce bene tutte le regole della malinconia, continua sino all’ultimo ad animare  i personaggi, gli sposi e i loro numerosi familiari. Le mariage au goût d’orange ha il sapore dolceamaro che hanno le storie corali, dove il Tempo è scansione solenne, che ritma il battito del cuore e della vita: la vita per quel che è, con tutte le sue curve, anse, marce avanti e marce indietro.  

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