Storie di fragilità e di vite che ripartono: storie che illuminano
"El ser querido" di Rodrigo Sorogoyen e "Noi, un po’ meglio" di Daniele Lucchetti trasmettono qualcosa di rinvigorente, e persino di nuovo
Come già in As Bestas (2022), Rodrigo Sorogoyen dà prova del suo grande talento nel collocare e poi mantenere il punto di vista sulla vulnerabilità dei personaggi, senza mai discostarsene ma lo stesso sviluppando un racconto ampio, composito e che contiene in sé tutte le prospettive. Qui, la ferita è di una figlia e di un padre (del loro legame). In El ser querido (nelle sale il prossimo novembre) è dal lato della figlia che tutto è osservato, dipanato, sentito. Accanto alla prova d’attore di un gigantesco Javier Bardem (qui nei panni di un carismatico ma controverso regista appena tornato a lavorare in Spagna), campeggia una Victoria Luengo che dalla prima all’ultima sequenza commuove e convince nel suo ruolo di figlia offesa da un passato inesistente con il padre che ora ritrova adulto (regista che la dirige, in un film dove lei da giovane protagonista affronta un difficilissimo banco di prova). È figlia trascurata e ora “ripresa” (nel duplice significato di “recuperata” e “filmata”): tutto nel film converge su di lei, ci si immedesima con i suoi intensi passaggi interiori nel mentre si sforza di aderire a una relazione adulta con un padre che non c’è stato mai. Il risultato è un dialogo finale intensissimo, che lascia il senso di come feconde possono essere le ferite quando vengono scandagliate, respirate, dette.
Anche Noi, un po’ meglio, nuovo film di Daniele Lucchetti, parla dell’esser figli. Cosa sia esser figli e cosa immaginare di averne. Non avere figli naturali, perché il film affronta il tema dell’adozione, ma l’accarezzare l’ipotesi di occuparsi di figli propri quando invece nella propria storia d’infanzia si è stati trascurati. Diversissimi negli esiti, entrambi i film fanno riflettere su cosa siano gli effetti delle ferite. I percorsi che come affluenti di un fiume possono diramarsi a partire dalle mancanze, dai vuoti. Muovendosi su un registro che è sia comico che drammatico (più consistente la seconda cifra, ma indubbiamente in più punti del film divertente l’effetto della prima), Lucchetti perde di vista il filo rosso della ferita dell’esser figli che abita entrambi i personaggi. Lui, interpretato dal sempre bravo Elio Germano, è un vigile del fuoco ostacolato da una famiglia d’origine che con le sue aspettative lo ha schiacciato allontanandolo da sé stesso e dai suoi autentici bisogni; lei, una giovane inquieta e senza famiglia che ha fame di vita tanto quanto una non reale messa a fuoco di quel che vuole e cerca. Eppure una delle scene più convincenti del film è proprio quella in cui la ragazza va a trovare la madre, che non vede da anni. Ben lontani dalla profondità di scavo della lettura di Rodrigo Sorogoyen, assistiamo anche qui a una piccola nemesi. Ancora una volta, è tornando al punto di partenza che qualcosa di nuovo può fiorire. Non è una morale, non ci sono prontuari né ricette. Ma queste due storie di fragilità, di vite che ripartono e si riscrivono nel momento in cui trovano la forza di contattare quel che si è ferito, sono storie che illuminano. Trasmettono qualcosa di rinvigorente, e persino di nuovo.
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