La potenza del recitare, che salva non la vita, ma l’anima
Hanno conquistato il pubblico in questi giorni della Festa romana "Elsinore" di Simon Stone e "The Debut" di Jessie Eisenberg
Hanno conquistato il pubblico in questi giorni della Festa romana due pellicole che nella loro assoluta diversità possiedono un denominatore comune: celebrare la potenza del recitare. Vicende in cui l’essere attori e mettere lì tutto di sé stessi salva. Salva non la vita, ma l’anima, perché chi recita, venendo fuori, stanandosi, mettendoci la faccia, la voce, il corpo e la mente, è come imparasse infine per davvero a stare al mondo – o a doverlo lasciare, sempre però nell’autenticità e fedeltà a sé stessi. Elsinore di Simon Stone, che fa piangere e ridere, e tiene sempre tesa la corda dell’emozione grazie alla sceneggiatura di Stephen Beresford e più ancora, alla meravigliosa interpretazione che Andrew Scott fa del protagonista, è ispirato a una storia vera. Ian Charleson, attore malato in forma gravissima, scelse di impegnare le ultime forze che gli restavano per interpretare l’Amleto della tragedia di Shakespeare. Nella sua carriera, Andrew Scott lo ha interpretato in teatro dieci anni fa, già allora consapevole della grande portata di questa sfida attoriale. Amleto, il più complesso e composito dei personaggi, quello in cui l’ “essere o non essere” prende forma di limite tra la vita e la morte, in questo Elsinore trova magnifico potenziamento. Per l’attore malato in fin di vita, interpretarlo è atto estremo, compimento, nemesi e conquista interiore.
Recitare salva perché lascia che tutto di sé si esprima, trovi forma e struttura fuori da sé. In The Debut di Jessie Eisenberg, illuminato da una Juliane Moore lei anche superlativa interprete (con ragione la si ipotizza prossimo premio Oscar, e il sorriso splendente con cui ieri all’Auditorium ha ricevuto quello alla carriera è stato da sé solo una lezione di stile), il salire sulla scena arriva per caso, e cambia tutto. Anche per la timida e anonima Mona (Juliane Moore) lo sforzo strenuo pur di eccellere nella recitazione diviene sfida della vita, un “tutto e per tutto” che trasmette energia e strappa lunghi applausi emozionati, nel film e fuori dal film.
L’atto di recitare assume così una dimensione decisiva , che rende vibranti di autenticità i due personaggi proprio nel culmine della inautenticità del loro essere altro da sé stessi. Nel successo di questi due film che in modo così intenso restituiscono storie di vittoria attraverso la recitazione c’è qualcosa di molto attinente al tempo attuale. Si vince non diventando sé stessi: si vince nel trovare sé stessi impersonando quel che non si è. Mimare vite altrui libera e fa entrare in contatto con la propria: un paradosso assolutamente contemporaneo. Per restare in ambito shakespeariano, se Iago nell’Otello insinua: “Io non sono quello che sono”, pensando come astuzia massima il saper impersonare quel che gli altri s’immaginano di noi, i due film applauditissimi in questa Festa di Roma ci raccontano la salvezza di quando a immaginare un'altra versione di noi non sono gli altri, ma noi. Un apologo illuminante, quasi un piccolo talismano per attraversare questa strana epoca.
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