“Credi in te”: tre parole che riecheggiano, in tutti, a qualunque età

La vicenda del film Rocky e dell’attore Sylvester Stallone (che prima di interpretarlo lo scrisse) parla di questo. Di incrollabile fiducia in sé stessi
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October 20, 2026
Tra le frasi rivolte ai giovani che molte volte cadono nel vuoto perché percepite come poco autentiche, o troppo sonore o troppo sommesse, una risuona più convincente di altre, un messaggio meno vano e che riguarda il credere in sé stessi. “Credi in te”: tre parole che riecheggiano, in tutti, a qualunque età si potrebbe credere. La vicenda del film Rocky e dell’attore Sylvester Stallone (che prima di interpretarlo lo scrisse) parla di questo. Di incrollabile fiducia in sé stessi. Lo ha ribadito in conferenza stampa Anthony Ippolito, l’attore nemmeno trentenne che è stato scelto dal regista Peter Farrelly per interpretare Stallone/Rocky. Rocky sono io in inglese è I play Rocky, secondo una traduzione che diversifica i significati ed è eloquente di una prospettiva. Perché tutto il film gioca sul doppio significato di “essere” e “recitare”. «Essere attori vuol dire fingere sempre» è battuta che ricorre, in una storia dove invece l’autenticità è la chiave di tutto. Il protagonista (questo Antohny Ippolito solo leggermente diverso da Sylvester Stallone e, bisogna dire, perfetto per interpretarlo) all’inizio della storia ha uno pseudonimo e poi invece lo lascia, ha una stranissima e poco gradevole voce metallica con cui pian piano fa pace, aveva tante frustrazioni e incontra invece una splendida compagna di vita che gliele fa abbandonare quasi tutte, conduce una vita povera e trova invece la sua fortuna realizzando un film divenuto monumento. Se la figura di Rocky è diventata un culto (uscito nel 1976 il film vinse tre premi Oscar l’anno dopo), è anche perché è una vicenda di imperfezione che si trasforma in felice riuscita. Un grande apologo sui magnifici, possibili effetti del credere in sé.
Crede in una causa che le è molto cara, ma anche in sé stessa, in sua figlia e nella forza del passato Kasia Smutniak, attrice e regista polacca da molti anni in Italia presente alla Festa del Cinema con il suo secondo lavoro da regista con Mustang. Un lungometraggio che colpisce per l’equilibrio nella commistione tra intimità e racconto di un mondo straniero, tra rielaborazione personale di un grande lutto e un “gettare il cuore oltre l’ostacolo” affidandosi all’azione della realizzazione di un sogno. Tra le montagne del Tibet, lontanissima da tutto e abitata da silenzio e da tradizioni che rischiano di estinguersi, la zona di Mustang fu mèta di un viaggio di Smutniak con il compagno Pietro Taricone, poi morto nel 2010, e della loro bambina. Ora quella bambina è una giovane donna, e sua madre con amore tesse un racconto insieme fiero e malinconico, per ricordare il passato ma anche mostrare quanto il realizzare progetti, il fare, e fare per gli altri possa dare senso e conforto ai più grandi dolori. Su una montagna del Mustang viene costruita una scuola, così evitando ai bambini viaggi interminabili per avere un po’ di istruzione. Gli anni passano e la sopravvivenza di quella scuola è in pericolo. È della figlia ormai cresciuta la voce narrante; di sua madre questo film/omaggio alla vita anche con quel che non c’è più, ma permane.

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