James Clerk Maxwell: la scienza come atto di meraviglia

La vita di Maxwell, tutta curve e ferite, mostra come stupore scientifico e ricerca spirituale possano convivere: un uomo capace di vedere unità nel reale e restare umano anche nel dolore
January 2, 2026
James Clerk Maxwell: la scienza come atto di meraviglia
Ci sono vite che non si possono leggere in linea retta. James Clerk Maxwell è una di queste. Non è un ritratto scolastico, non è un busto in corridoio: è una storia piena di curve, di intuizioni bambine, di silenzi, di perdite, di gioie minuscole, di domande enormi. E soprattutto: è la storia di un uomo che non vedeva alcuna separazione tra lo stupore scientifico e quello spirituale. Maxwell nasce nel 1831 in Scozia. Un’infanzia segnata da due presenze: sua madre, che gli insegna a leggere il mondo come se fosse un mistero da accarezzare, e la natura del Galloway, che gli entra negli occhi per non uscirne più.
Quando lei muore, Maxwell ha solo otto anni. La sua spiritualità non nasce dalla dottrina: nasce da lì, da quella ferita, da quel bisogno di trovare un ordine nei giorni che ricominciano comunque, anche quando non vorresti. È un bambino curioso fino all’eccesso. Smonta ogni cosa, osserva ogni cosa, costruisce piccoli strumenti che fanno sorridere gli adulti. Inventò da ragazzino perfino un metodo per tracciare ovali perfetti, una specie di compasso domestico. Ma non faceva nulla per stupire: lo faceva perché il mondo gli sembrava più grande delle parole a disposizione.
Io, entrando negli archivi che lo riguardano, mi sono resa conto che la sua vita è come uno di quei libri antichi che profumano ancora di legno e carta. C’è una delicatezza quasi fisica che lo accompagna sempre, una grazia che non coincide mai con la fragilità. Maxwell non era fragile: era trasparente. È diverso. E proprio per questo mi affascina. Quando arriva a Cambridge, non è l’astro che ti aspetti. È timido, e spesso scomodo per i colleghi, perché ha un modo troppo personale di vedere il mondo.
Ma è lì, in quelle stanze piene di polvere e di echi, che prende forma ciò che cambierà tutto: l’idea che elettricità, magnetismo e luce non fossero fenomeni separati, ma parti diverse di una stessa realtà. La sua più grande capacità è questa: vedere unità dove tutti vedevano frammenti. E questa, permettetemi, è già una forma di spiritualità. La spiritualità non come religione, ma come disponibilità a cercare un senso più ampio di quello visibile. E Maxwell lo aveva in modo naturale. Scriveva poesie religiose. Studiava la Bibbia come se fosse un testo di letteratura. Credeva che la scienza non avesse lo scopo di sostituire la fede, ma di illuminarne alcune zone. Diceva: «La profondità delle nostre scoperte non elimina il mistero. Lo avvicina». Una frase così, detta da uno che ha dato al mondo le equazioni che hanno anticipato quasi tutta la fisica moderna, pesa come pietra.
E mentre leggo le sue lettere, mentre passo ore a guardare le sue formule annotate a matita, mi accorgo che la sua spiritualità non è mai proclamata: è vissuta. È nel modo in cui usa l’ironia per sopravvivere alle critiche. È nel modo in cui consola gli studenti scoraggiati. È nel modo in cui si preoccupa che il merito non diventi mai superbia. È nel modo in cui descrive i colori, i tramonti, le ombre dei muri, come se fossero dei messaggi. E qui entra la mia ricerca. Quella che sto facendo da tempo, e che questa rubrica ha messo al centro: la ricerca non delle “risposte”, ma dei modi in cui gli esseri umani tengono insieme ciò che sanno e ciò che sentono.
Negli archivi dei fisici non cerco mai solo le scoperte: cerco le crepe. Cerco i dubbi. Cerco il punto dove la scienza incontra l’emozione. Cerco il luogo dove la razionalità non cancella la spiritualità, ma la fa respirare meglio. Maxwell mi insegna questo: che non siamo tenuti a scegliere tra essere razionali ed essere spirituali. Possiamo essere entrambi, senza chiedere permesso. Possiamo essere complessi, sfaccettati, contraddittori.
Lui lo era. Era un matematico feroce e un poeta malinconico. Era un credente discreto e uno scienziato audacissimo. Era un timido che sorrideva tra i giganti del suo tempo. Era un uomo che ha cambiato la storia con la naturalezza di chi non sapeva di farlo. E il dolore, nella sua vita, non è mancato. Quando si ammala, troppo presto, accoglie la sofferenza con un pudore che oggi farebbe notizia. Non si lamenta. Continua a studiare, a scrivere, ad ascoltare. Il suo ultimo anno è un inno alla dignità: gli studenti raccontano che, anche nella debolezza, sapeva trovare una parola gentile per tutti.
Leggendo queste testimonianze, mi chiedo spesso… quale parte della nostra identità rimane quando togliamo via tutto il resto? Quando togliamo i successi, i premi, la corsa, l’affermazione? Maxwell, alla fine, era rimasto un uomo che si affidava. Che cercava un senso. Che aveva speranza. È questo che mi commuove. 
E allora, come in ogni puntata, arrivo alla domanda finale. Una domanda più grande, più larga, più ospitale. Tu, oggi, dove trovi la tua meraviglia? Nel lavoro che fai? Nel modo in cui guardi ciò che ti circonda? Nel tentativo di capire una cosa difficile, anche se non ti è chiara fino in fondo? In un gesto quotidiano che ti restituisce il senso delle proporzioni? O, magari, in una ferita che ancora non sai spiegarti, ma ti ha cambiato per sempre? Puoi raccontarlo con un’immagine, con un pensiero, con un episodio minuscolo.
Non servono teorie: servono verità. Leggerò tutte le vostre risposte: potete inviarle a interferenze@avvenire.it o (se brevi) nei commenti sui social network.

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