Barbara McClintock, la scienziata che sente i suoi studi
L’insegnamento universale allora è questo: non tutto ciò che si muove è disordine. A volte è evoluzione. A volte è adattamento

Proseguo la mia carrellata di scienziati e scienziate della storia. Li studio negli archivi mentre scrivo i miei libri, e in questo spazio prezioso nel web mi fermo su di loro per cercarne la spiritualità. Perché io la mia la sto ancora cercando, e da fisica non posso far finta che questa domanda non esista. Oggi vi parlo di Barbara McClintock. Barbara McClintock ha scoperto i trasposoni, elementi genetici mobili capaci di spostarsi all’interno del genoma, dimostrando che il DNA non è una struttura rigida e immutabile ma dinamica e capace di riorganizzarsi. Studiando il mais, osservando con pazienza infinita i cromosomi al microscopio, si accorge che certi tratti genetici non seguono le regole fisse che tutti si aspettano. I geni non sono immobili. Possono “saltare”. Possono cambiare posizione. Possono attivare o disattivare altri geni. È un’idea destabilizzante per l’epoca, perché contraddice l’immagine ordinata del genoma come testo lineare e stabile.
Per anni la sua intuizione viene accolta con scetticismo, quasi con fastidio. È troppo nuova, troppo fuori schema. McClintock non si affretta a difendersi con rumore. Continua a osservare. Continua a raccogliere dati. Parla di “sentire l’organismo”, di entrare in relazione con il materiale che studia. La sua spiritualità sta proprio in questo rapporto profondo con l’oggetto della ricerca. Non riduce il vivente a un meccanismo freddo. Lo ascolta. Non è misticismo, è immersione totale nel fenomeno. È la fiducia che la natura, se guardata abbastanza a lungo e con abbastanza rispetto, riveli le sue regole. Decenni dopo, la comunità scientifica riconosce la portata della sua scoperta. Riceve il Nobel nel 1983, molto tempo dopo le sue prime pubblicazioni. Ma il ritardo non sembra averle tolto serenità.
L’insegnamento universale allora è questo: non tutto ciò che si muove è disordine. A volte è evoluzione. A volte è adattamento. E non tutto ciò che è minoritario è sbagliato. Ci sono verità che hanno bisogno di tempo per essere comprese. Il genoma che si sposta ci ricorda che anche l’identità non è una prigione fissa, è un processo dinamico. E allora la domanda, semplice e diretta: quali parti di voi state cercando di tenere immobili per paura del cambiamento? E siete disposti ad accettare che la vostra struttura possa trasformarsi senza perdere coerenza?
Se vi va, scrivetemi a interferenze@avvenire.it: leggerò tutte le vostre risposte.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





