Ottobre 1972 - IV Ginnasio G
Dal grembiule delle medie al Ginnasio: jeans, fumo, slogan e picchetti, con l’inconsapevolezza dei privilegi che affiora.
Noi bambine delle medie Parini uscivamo da scuola, alle 13, in fila per due. Grembiule nero e colletto bianco. Davanti alla preside, donna di stampo austroungarico, la capoclasse esclamava: «Per salutare, attenti!», e solo allora andavamo. I pantaloni, proibiti. Le bambine portavano le gonne. Il passaggio al Ginnasio Parini, al portone accanto, fu per me sbalorditivo. Niente più grembiuli, e tutte in jeans, o minigonne. Tutti fumavano. Sentivo parole che non avevo mai ascoltato, e che cercavo invano sul dizionario.
Un giorno su tre, davanti a scuola c’erano gli striscioni rossi con falce e martello, e i picchetti alle porte: niente lezione. In Aula Magna, nell’aria densa di fumo, gremite assemblee in cui i più grandi gridavano di lotta di classe, e Stato dittatoriale. Io non capivo niente, né di lotta né dittatura. Nemmeno loro credo però, figli della meglio borghesia di Milano. I “fascisti” erano additati, e spesso peggio. Se volevi vivere in pace adottavi un preciso “dress code”, giacca usata di velluto, gonnona a fiori, zoccoli – insomma, un look da donna liberata. Nei giorni delle bandiere rosse e dei megafoni pattugliavano il liceo le camionette dell’Esercito: ragazzi del Sud giovanissimi, stupiti di essere guardati da nemici. I poveri erano loro, i ricchi noi. Già una bugia, ci raccontavamo.
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