Kiribati sta affondando, ma sogna i Mondiali del 2030
Il Paese rischia di scomparire per effetto dell'innalzamento del livello del mare. Qui, i campi da calcio non sono "regolari": si gioca sulla sabbia perché l'erba non cresce

I mondiali di calcio sono ancora in corso ma la gente di Kiribati, un gruppo di isole del Pacifico a sud delle Hawaii, sta aspettando già quelli del 2030. «Vorremmo qualificarci alla Coppa del Mondo – spiega Eriati Reebo, presidente della federazione calcistica locale -. Questa potrebbe essere la nostra ultima possibilità». Il Paese è uno di quelli che sta rapidamente scomparendo dalla mappa perché inghiottito dall’Oceano che avanza a causa del cambiamento climatico. Kiribati, indipendente dal Regno Unito dal 1979, è uno Stato di appena 800 chilometri quadrati sparpagliati sui 33 atolli che lo compongono a coprire un’area oceanica di oltre 3,5 milioni di chilometri quadrati. La maggior parte delle sue terre emerse sono strisce di terra sottilissime, alcune larghe appena 100 metri, collegate tra loro da ponti. Vivere a Kiribati significa imparare a nuotare prim’ancora di camminare. Questa intimità con l’Oceano è diventata nel tempo una minaccia esistenziale: negli ultimi 30 anni, il livello del mare è salito tra i 5 e gli 11 centimetri; secondo alcune proiezioni, entro il 20250 l’acqua potrebbe salite sulla terra di altri 30 centimetri per arrivare a un metro entro la fine del secolo. Il Paese diventerebbe, a quel punto, pressoché inabitabile.
Nello Stato è diffusissima la passione per il pallone. Ai Te Runga Games, un evento multisportivo che si tiene ogni quattro anni, nella capitale Tarawa accorrono in barca o a bordo di piccoli aerei 23 squadre provenienti da tutti gli atolli. Il sogno che la popolazione accarezza da tempo è entrare a far parte prima della Confederazione Calcistica dell’Oceania e poi della Fifa per arrivare infine alla qualificazione ai Mondiali. Il problema è che le loro infrastrutture sportive non soddisfano i criteri per entrare a pieno titolo nelle federazioni che governano il calcio professionale.
I campi da gioco non possono che essere su superfici di sabbia corallina compattata con le pietre e delimitate dalle palme da cocco. La costante minaccia dell’innalzamento del livello del mare scoraggia gli investimenti che servirebbero per de-salinare il terreno e favorire la crescita dell’erba. I costi per piazzare quella artificiale sono proibitivi per un governo, tra i più poveri del mondo, che ha altre priorità: nel 2012, sono stati acquistati 22 chilometri quadrati di terreno sull’isola di Vanua Levu, nelle Fiji, come possibile approdo per la popolazione in caso di evacuazioni per inabissamento irreversibile della terra ferma. Arrivare ai Mondiali significherebbe avere la possibilità di raccontare all’opinione pubblica internazionale, per mezzo dello sport, chi sono gli abitanti di Kiribati e cosa significa convivere con il rischio di vedere la propria casa sprofondare negli abissi. Kiribati non è l’unico Paese che vuole provare a spiegare con il calcio la minaccia rappresentata dall’innalzamento del livello del mare. Nel 2024, la federazione calcistica delle Isole Marshall, anche queste a rischio scomparsa, ha realizzato per la nazionale una maglia con il numero 1.5 (questo è l’aumento della temperatura considerato dai paesi del Pacifico come un punto di non ritorno) che pian piano «scompare» grazie a dei motivi grafici studiati apposta per creare l’effetto dissoluzione. Il titolo della campagna dice tutto: «No-Home Jersey». È la maglia di chi, presto, potrebbe non avere più una casa.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 




