Soliloqui
di Gioele Dix
Parlare da soli aiuta a riordinarsi, scaricare la tensione e trovare le parole. Anche al semaforo
Lo ammetto: a volte parlo da solo. Credo capiti più o meno a tutti, per me è un’abitudine che viene da lontano. Da bambino ero parecchio introverso – riservato come dicevano le maestre con educato eufemismo – e la conversazione non era proprio il mio forte. Preferivo tacere per mettermi al riparo dal rischio di fare brutta figura. Eccessi di timidezza che si è via via stemperata con l’adolescenza, durante la quale mi sono aperto al mondo con sempre maggiore fiducia e sicurezza. Tuttavia, non ho mai rinunciato del tutto al soliloquio e ai suoi benefici effetti terapeutici. Lo pratico ancora, seppur sporadicamente, specie quando sono alla guida nel traffico cittadino. Può essere utile per riordinare i pensieri, o per scaricare la rabbia accumulata.
Ma anche per trovare le parole adatte a un incontro, a un appuntamento importante. Si fanno le prove ad alta voce, poi si affronta la sfida. E pazienza se in pubblico, per un residuo di impaccio infantile, ci si dimentica delle frasi preparate prima e le si ripete inutilmente in privato dopo. Succede sì, sono i rischi del mestiere di monologhista, soprattutto se recidivo. L’importante è non farne un dramma. E nessuna vergogna, per favore: se qualcuno vi vede gesticolare nell’abitacolo mentre siete al semaforo, fingete di essere in vivavoce.
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