Mi mancano le lunghe ininterrotte dormite che facevo quando ero poco più che ventenne. Il record fu quella volta a fine estate, di ritorno da un viaggio avventuroso per l’Europa fra treni, pullman e autostop: mi infilai nel mio letto alle dieci del mattino e mi risvegliai alle quattordici del giorno seguente. Era la stagione in cui ero vorace, nel senso migliore del termine, mi guidava il desiderio di godermi appieno la vita, ero curioso e disponibile, pronto a cogliere le mie occasioni. Evidente che il mio corpo sapesse della necessità di ricaricarsi, perciò mi induceva il sonno profondo.
E pensare che oggi sei ore consecutive mi fanno quasi esultare, la veglia incombe più della sveglia. Va detto che anche da bambino non amavo molto dormire e intavolavo estenuanti trattative con i miei per differire il momento di coricarmi. La verità è che avevo una consistente paura del buio, però non osavo ammetterlo. Piccolo, ma orgoglioso. La memoria va a una storiella ebraica che mio nonno raccontava per spiegarci cos’è la saggezza. Un uomo non riesce più a dormire perché ha un’inspiegabile ossessione, è convinto che un mostro stia stabilmente sotto al suo letto. Va dal rabbino per chiedergli consiglio e quello gli dice: «Sega le gambe del letto, così nessun mostro andrà a sdraiarsi sotto».
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