Dino il grande
di Gioele Dix
Gratitudine per Dino Buzzati, letto da ragazzo e mai più abbandonato: maestro dell’attesa, del mistero e delle sospensioni dell’esistenza
Ci sono scrittori ai quali si deve riconoscenza. Ognuno ha i propri prediletti. Mi riferisco a chi ama i libri (come si possa campare altrimenti non lo capirò mai). Non ho dubbi, io scelgo Dino Buzzati. Ho cominciato a leggerlo a dodici anni, merito del mio amico Renzo, tredici anni e mezzo. Non che fossimo due secchioni, ci piacevano i dischi, il calcio, i motorini che non potevamo ancora guidare. Per non parlare delle ragazze, che peraltro ai tempi ci guardavano come se fossimo trasparenti. Eppure, i Sessanta racconti divennero molto in fretta parte del nostro immaginario.
Buzzati sapeva catturarci con il suo sguardo inconsueto di adulto fantasioso e spericolato. Ci sentivamo come i personaggi di uno dei nostri racconti preferiti, Sciopero dei telefoni, dove una misteriosa voce si insinuava fra mille conversazioni di estranei, conquistava in breve la loro attenzione e «li faceva volare in alto sopra i tetti neri della città, portati via da un fanciullesco incanto». Non l’ho mai più abbandonato, attratto com’ero – e come sono tuttora – dalla sua capacità di tracciare vuoti e sospensioni sulla mappa dell’esistenza. Buzzati, mago dell’attesa senza fine, convinto che il meglio sia ancora in viaggio verso di noi. Dino, uomo serio, nato per scrivere. Meno male che lo hai fatto.
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