Elemosinando
di Gioele Dix
Una riflessione sulla carità quotidiana, tra compassione, esitazioni e il richiamo del nonno: la solidarietà resta un dovere verso chiunque
Se qualcuno per strada chiede l’elemosina non resto mai indifferente. So per esperienza che non tutti hanno realmente bisogno, ma la prima reazione è di compassione. A volte lascio decidere l’istinto e senza approfondire cavo dalla tasca qualche moneta. Altre volte guardo bene la persona: se è molto giovane o molto anziana immagino il disagio che la spinge a quel gesto e rispondo alla richiesta. Poi ci sono gli habitué, quelli che caschi il mondo sono sempre lì. Il mio prediletto è un uomo con un cagnetto che siede a terra all’ingresso del supermercato, tipo senza età, muto e dignitoso, occhi azzurri malinconici. Quando mi chino sul suo cappello per lasciargli qualcosa mi sorride impercettibilmente. Invece ce n’è qualcuno – lo confesso – che non mi ispira pietà per niente, specie se ha corporatura e muscoli molto più voluminosi dei miei.
A questo genere di questuante non offro nulla, tiro diritto e mi trattengo dal bofonchiargli “vai a lavorare” soltanto perché so quanto sia difficile oggi trovare un impiego. Ma pochi metri più in là mi raggiunge il rimprovero di mio nonno che, da ebreo coerente, considerava la solidarietà un dovere verso chiunque. In particolare verso gli zingari, come li chiamava ancora lui. «Erano nei campi con noi» diceva porgendo il suo obolo con grazia.
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