Cosa vuol dire rispetto
di Gioele Dix
Il rispetto perduto: quando ogni luogo, parola e incontro sembrano aver smarrito misura e contegno
Non ho nostalgia del passato. Mi preferivo a vent’anni, ero più tonico e ottimista. Però accetto di vivere nella contemporaneità, anche quando mi crea profondo disagio per aver dimenticato un valore fondante della mia educazione: il rispetto. Una deriva di insolenza, mancanza di tatto e sfacciataggine si è impadronita delle relazioni pubbliche e private e fa rimpiangere certi rigidi formalismi che da giovane mi sembravano persino eccessivi. Non che non esistessero anche allora i maleducati e gli arroganti, ma ormai la misura è colma, parole e azioni senza contegno, si può dire e fare di tutto, ovunque, il contesto non conta più nulla. Quanto suonerebbero stonati e ridicoli gli ammonimenti estratti dalla Bibbia mentre si studiava religione alle elementari.
Mi ricordo di Mosè quando salì sul monte Sinai al cospetto del Signore Iddio. “Egli rimase là quaranta giorni e quaranta notti, non mangiò pane e non bevve acqua” (Esodo 34, 28). Tanto era il rispetto per il luogo in cui si trovava. Ma la regola valeva anche per le creature celesti. Nel querceto di Mamre Abramo ricevette la visita dei tre angeli e si adoperò per preparare loro un pasto “ed essi mangiarono” (Genesi 18, 8). Oggi finirebbero tutti, ospiti e padrone di casa, sbracati in mutande sul divano con una birra in mano.
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