Spettatore immaginario

Un comico racconta il suo vero avversario: non il pubblico, ma lo spettatore immaginario che lo giudica da dentro
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July 8, 2026
Quando recito su un palcoscenico, per via dei riflettori puntati addosso, non vedo le facce degli spettatori. Ho esordito giovanissimo in teatro e ci ho fatto l’abitudine. Negli anni Ottanta presi a esibirmi anche nei locali di cabaret, dove accade l’esatto contrario: la gente ti sta praticamente addosso, c’è luce ovunque e incroci gli sguardi di tutti i presenti. Se poi non sei ancora accreditato come comico – e io non lo ero affatto allora – c’è chi rumoreggia, chi irride, chi ti parla sopra. Una sfida che mi ha reso certamente più coriaceo e sicuro di me stesso.
Oggi, dopo lunga esperienza, considero il pubblico come un complice, lo sento vicino, mai ostile né indifferente. Eppure, c’è una presenza che tuttora minaccia la mia serenità di navigato commediante, un personaggio importuno che non mi riesce di estromettere da nessun teatro. È il mio spettatore immaginario, un tizio antipatico, insofferente, che apertamente mi disistima, ma che ogni sera si accomoda in platea e assiste al mio spettacolo assai perplesso. Chi è, l’incarnazione del mio ego? Chi l’ha invitato, la mia coscienza critica? Che intende dirmi, che la mia creatività è alla frutta? Mistero. E mai che mi aspetti fuori dal camerino per un selfie, perché allora sì che gliene direi quattro.  

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