Prove di dialogo
di Gioele Dix
Il dialogo tra fedi diverse aiuta a conoscersi, a rispettarsi e a riscoprire la propria identità credente
Negli anni sono stato più volte invitato a iniziative ispirate al dialogo interreligioso. Ho sempre aderito con piacere perché ero certo di uscirne appagato. Fra cristiani ed ebrei c’è ovviamente un legame di parentela più stretto che con altri, ma le lunghe stagioni di estraneità del passato rendono salutare ogni occasione di ricongiungimento. Più in generale, sono convinto che il confronto con persone di altri fedi obblighi a interrogarsi sulla necessità di essere credenti. Quanto ci tengo? È davvero parte della mia identità? Domande che nessuno si porrebbe se rimanesse nel suo guscio al riparo dalla diversità.
Ogni religione ha una propria storia, ma affonda le radici in sentimenti intimi e comuni a donne e uomini di ogni provenienza, non si può liquidarla come fosse una collezione di pratiche aliene e ostili. Anzi si può purtroppo, con conseguenze devastanti. Per questo occorre avvicinarsi e conoscersi, entrare in casa gli uni degli altri, in punta di piedi, con rispetto per riti e usanze reciproche. Questo va fatto: provare a parlarsi. «E di che parlate, del vostro Dio o del loro?» mi chiese tempo fa un amico agnostico con evidente sarcasmo. «Ognuno parla del proprio» gli ho risposto. Non volevo allarmarlo o deluderlo rivelandogli che per tutti noi è comunque Uno solo.
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